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Gramkartaut ... vedi link

Grammatica contestuale
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Grosseto 19 settembre 2008

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Gennaro di Jacovo

Nuovo Modulo di Grammatica Contestuale

Ad uso degli Alunni che ne facciano richiesta per uso personale
gennarinodiiacovo@virgilio.it




1. LA LINGUA COME STRUMENTO DI COMUNICAZIONE:



Fra le caratteristiche comuni agli uomini di tutte le regioni della Terra, troviamo l' uso della lingua e del linguaggio come strumento di comunicazione.

La lingua parlata, il linguaggio o ‘parole’, è presente ovunque, mentre la lingua scritta, la ‘langue’, è codificata e attestata solo in certi tipi e stadi di cultura.




Con la nascita dell’alfabeto, o comunque di qualche sistema di scrittura che inizialmente dobbiamo immaginare quale un sistema di segni che imitassero e raffigurassero oggetti o metafore di concetti e idee, ha inizio quella che si chiama ordinariamente epoca letteraria o storica, e che ricopre una fase sensibilmente breve della permanenza dell’uomo sulla terra.
Va osservato anche che ogni animale, ogni oggetto dell’universo ha un suo modo di parlare, un suo linguaggio e forse addirittura un suo limitato alphabeto, ma l’uomo per fretta e superficialità quasi sempre ignora queste silenziose espressioni di linguaggi lontani, che a volte si fanno suoni veri e propri, come quelli degli animali, ben più intelligenti e sapienti di quanto si creda.




Occorre rispetto e amore per ogni linguaggio, altrimenti anche il nostro, che forse è il più complesso e artefatto proprio perché esprime un mondo interiore più lacerato e conflittuale, risulterà così vario, astruso e incomprensibile un giorno, come avvenne a Babele, che non riusciremo più non solo a capirci, ma neppure a intuire quale lingua parliamo.

Gli animali, contrariamente a quanto si pensa, hanno un sistema di comunicazione efficace, vario ed unico per tutti gli individui di qualsiasi contrada e paese della Terra.

In pratica hanno realizzato da sempre un vecchio sogno dell’uomo, quello della unificazione dei codici linguistici e del superamento della differenziazione linguistica.

***

Quando l’uomo fu creato, immagina Dante, un grande poeta ma soprattutto un grande linguista, espresse la sua prima parola.
** Gridò la sua riconoscenza a Dio, il suo ‘fattore’.

Unire un significato astratto, la riconoscenza, ad un suono foneticamente articolato, il significante, arbitrariamente espresso, volontariamente e intenzionalmente formulato, volle dire creare l’elemento minimo complesso della lingua parlata, la parola.
E questo si ripeterà sempre, ogni volta che un essere emetterà un segno a cui attribuirà un senso e un significato.
Accadrebbe anche se fosse cieco e muto.
Non per nulla quella che chiamiamo letteratura è stata creata da un cieco che forse neppure conosceva alfabeti.

La mente, Mnemosyne e le sue figlie, la Muse, sono esse stesse alfabeto, poesia e oceano di idee, conoscenze e segni, che poi questi siano scritti i disegnati, è cosa probabilmente di un qualche interesse solo contingente.
Riguarda la storia, le biblioteche, la letteratura e i libri, e qualsiasi altro mezzo più o meno apparentemente innovativo, che occupano solo l’ultimissima parte della vicenda umana, quella visibilmente caratterizzata anche dalla enorme e quasi sempre univoca e monopolareinfluenza dell’uomo sul contesto naturale esterno.


Successivamente all’atto primigenio e archetipico del parlare, che si pone in un tempo al di fuori del tempo e che quindi è quasi scoperto e creato da ogni parlante quando inizi ad usare il linguaggio, una volta formato un insieme cospicuo di parole d’ogni tipo, è stato necessario formare un determinato lessico, una qualche sintassi e grammatica.

Tutto questo solo da poche migliaia di anni si è trasformato in codice linguistico normativo e lessicale, in testi scritti in varie forme, in vocabolari, grammatiche e sintassi, in biblioteche e da poco in altri sistemi di scrittura digitale e computerizzata.



Le intuizioni di Sausurre e Chomsky, comunque, attuali e geniali, erano già in Platone e Dante, di cui si preferice ricordare le parti più appariscenti della dottrina poetica e filosofica, e non quegli aspetti della vita legati all’amore per la libertà e la dignità personali.

Entrambe furono privati della libertà, furono l’uno schiavo e l’altro esule, ma non si privarono mai della loro libertà della mente, della loro capacità intellettuale, della loro intelligenza.
Questa era la loro Firenze e la loro Atene.
La loro 
***
2. ALTRI SISTEMI DI COMUNICAZIONE USATI DAGLI UOMINI:
La funzione centrale e principale di una lingua è quella di trasmettere informazioni, cioè di svolgere una FUNZIONE COMUNICATIVA.

Gli uomini però possono comunicare anche per mezzo di altri segni linguistici: i gesti, le fumate degli indiani d'America, i tamtam delle tribù primitive, i cartelli della segnaletica stradale, le espressioni del volto etc…
In linea di massima si può dire che qualsiai segno a cui si attribuisca un significato comprensibile può entrare a far parte di un sistema di segni suscettibile di un ordinanento convenzionale formando quindi un codice, con un lessico ed una sintassi, delimitato ad un gruppo di individui.
Quel gruppo che deliberatamente, ‘arbitrariamente’, ossia con un preciso atto basato sulla conoscenza e sulla convenienza, lo elegge, lo crea. lo forma e trasforma.
Un inguaribile economista potrebbe parlare di una sorta di ‘contratto informatico’, o comunicativo, di tipo linguistico.
E’ un contratto senza testo scritto né compromesso, paradossalmente da rispettare a cose fatte, con la creazione di ‘codici’ lessicale e grammaticali che nascono quando il linguaggio è già divenuto lingua scritta, magari letteratura, e necessita di una sistematicità normativa.
Questa, una volta affermate le sue regole e la natura dell’errore, sorgente in qualche caso dell’evoluzione linguistica ma anche limite, confine e fine delle competenze linguistiche, una volta stabilito il modo corretto dell’uso della lingua immancabilmente ne rappresenta anche in qualche modo un argine e freno alla ulteriore sempre imprevedibile trasformazione.

3. LA DOPPIA ARTICOLAZIONE DEL LINGUAGGIO:

Il linguaggio è una associazione di segni fonici o grafici significanti univocamente combinati con i relativi significati (idee - oggetti): un “insieme", insomma, del tutto "arbitrario" di simboli convenzionali ad ognuno dei quali viene associato un preciso campo di significati.
Simboli e significati mutano, nascono e muoiono, come tutte le altre cose.

** Come ogni oggetto, come ogni essere vivente, le parole hanno un loro corso vitale, nel quale è difficile anche riconoscere e distinguere la nascita dalla morte, tanto che spesso lessemi e fonemi ritenuti ‘estinti’ e abbandonati, gettati quasi nel dimenticatoio come un umile rifiuto, rinascono, rivivono e si riaffermano nel dominio linguistico, come risorti.



Questo ricorrente anche se misconosciuto fenomeno ci indica e ci insegna che in effetti non esistono in assoluto persone, cose e lingue morte, ossia nullificate e in eterno assenti e spente, perché esse, come gli uomini, rivivono nei figli, dormono apparentemente nel loro oblio e si risvegliano nell’uso e nella memoria affettiva.



Tutto quello che è veramente importante, è come un seme sotto la neve e la terra, quasi ignorato e dimenticato ma pronto a farsi pianta e fruttificare.

Quello che invece è già scoria e spazzatura, può rivivere e rinascere, essere rigenerato, come fa la Natura sempre con tutti, ed è sempre davanti a noi, in piena visibilità.



Prendiamo il messaggio " DIVIETO DI SOSTA ". Possiamo dividerlo
in tre " parti ", ognuna delle quali può essere usata in altre occasioni:


-divieto-…di sorpasso / il libro…-di- Luigi / ho fatto una lunga …- sosta -.



Inoltre uno qualsiasi di questi "segni" linguistici può essere a sua volta diviso: diviet-o; questa forma di divisione del linguaggio in unità successive fornite di significato è detta PRIMA ARTICOLAZIONE DEL LINGUAGGIO.
Ma ognuna delle unità individuate nella PRIMA ARTICOLAZIONE può essere divisa in unità più piccole PRIVE DI SIGNIFICATO.



Per esempio: "sosta" è formata da 5 unità: s-o-s-t-a, ossia da 5 FONEMI, ognuno dei quali fa distinguere questo segno da altri come p-osta, s-e--sta, so–r-ta, sos-i-a,. Questa è la SECONDA ARTICOLAZIONE DEL LINGUAGGIO, con cui dividiamo le unità significative nei singoli suoni che la compongono.















L'ATTO DELLA COMUNICAZIONE:

*** Molteplici sono, come si è accennato, i tipi di comunicazione, ma noi ora ci interesseremo in prevalenza della comunicazione di tipo linguistico.

Perché avvenga una comunicazione linguistica è indispensabile la presenza di una persona che parli o che scriva, innanzitutto, che sarà l' EMITTENTE, o mittente, o trasmittente, ossia la fonte stessa dell’atto linguistico, il creatore del messaggio con un grado più o meno alto di intenzionalità e di volontarietà, in quanto nei diversi tipi di letteratura possiamo rilevare in chi si fa autore la presenza più o meno vistosa di una personalità ispiratrice condizionante o di una qualche committenza umana o divina..


Quello che questa persona ‘autore’ dice o scrive sarà il MESSAGGIO o DISCORSO.

La persona a cui il messaggio è destinato sarà il DESTINATARIO, o
RICEVENTE.

Perché vi sia "comprensione", bisogna che la lingua usata di chi
parla (o scrive, o telefona, o comunque trasmette) sia conosciuta da chi ascolta o legge.

Si deve perciò usare un CODICE (il complesso di "segnali" le"parole"
di un linguaggio o d'una lingua) comune.

***
*

La COMUNICAZIONE, una volta per così dire attivata dalla emissine di un messaggio da parte del mittente, può essere ostacolata da vari fattori (rumori; scarsa attenzione del DESTINATARIO o RICEVENTE; una precisa volontà di non entrare in comunicazione da parte del destinatario).

***

Naturalmente la filosofia del linguaggio, più che la grammatica, studia ed
esamina queste modalità che chiamerei glottosofiche, poiché riguardano la conoscenza, la sapienza della e sulla lingua.


Schema 1 :

RUMORI (esempio: la lontananza;
il chiasso nell'ambiente.)

MITTENTE ... SEGNALE ... CANALE ... RICETTORE … MESSAGGIO
(la persona che emissione (vibrazioni (apparato uditivo (articolazione
parla - scrive) di suoni ) acustiche) di chi ascolta) di significati)





CODICE (la lingua parlata, come si-
stema di simboli, nei quali ad
ogni SIGNIFICANTE -suono/segno-
corrisponde un SIGNIFICATO –
concetto / idea _________________)

*** ***
DESTINATARIO
( la persona che riceve il MESSAGGIO
e trasforma i SIGNIFICANTI in
SIGNIFICATI - concetti / idea ___ )




***

Lo Schema 1 è riportato in G. BARBIERI, Le strutture della nostra lingua, La Nuova Italia, FI 1972, pag. 9.
A. MARCHESE in Didattica dell'Italiano e strutturalismo linguistico, Principato, Mi 1973, pagg. 23 segg., riporta il seguente schema, proposto da R. JACOBSON (Saggi di linguistica generale, Feltrinelli, 1966, p. 185):




CONTESTO
MESSAGGIO
*** MITTENTE DESTINATARIO
CONTATTO
CODICE



A questi FATTORI della comunicazione, corrispondono le seguenti
FUNZIONI del linguaggio, ossia diverse finalità d'uso del linguaggio:







INFORMATIVA
POETICA
EMOTIVA O ESPRESSIVA
CONATIVA
FàTICA
METALINGUISTICA






5) LA FUNZIONE DELLA LINGUA:
quando una persona rivolge il discorso ad un'altra, utilizza il linguaggio per diversi fini.


Per esempio:



"Mio fratello ha terminato il servizio militare e torna a casa questa sera"….. "Mi fa piacere questo, sono d'accordo"……
"Vieni questa sera a casa nostra”.





Chiamiamo "a", "b" e "c" rispettivamente le tre frasi.:

"a" informa d’un fatto avvenuto e d'un altro prossimo ad avverarsi; "b" reagisce esprimendo un parere personale;
"c" esprime un invito, una esortazione.



Possiamo dire che ogni frase svolge una FUNZIONE tipica del linguaggio.



***
*** Le ‘ FUNZIONI’ della lingua sono:

**
1) INFORMATIVA, o ‘referenziale’, tipica del discorso storico e scientifico: "informa";

2) ESPRESSIVA, esprime contenuti ‘soggettivi’ e personali, non fatti e dati informativi. Tipica del linguaggio dei "poeti" e di chiunque voglia comunicare emozioni, sensazioni, sentimenti, stati d’animo;

3) CONATIVA o imperativa, sollecita gli altri a compiere determinate azioni. Tipica del linguaggio giuridico, "profetico", moraleggiante. Ve ne sono altre due, più specifiche e adatte a particolarissime situazioni:

4) FàTICA, per sollecitare l'attenzione di chi ascolta: “mi sono spiegato?” – “Va bene?” – “Pronto!?" (al telefono…);

5) METALINGUISTICA, quando il discorso riguarda (come ora) la lingua stessa, la definizione delle parole: è il linguaggio delle "grammatiche" e dei vocabolari.
Infine, v'è una specialissima funzione, propria di chi tende a concentrare la comunicazione e l'espressione sulla "forma" dell'enunciato, sul fattore STILE. E' la funzione:

6) POETICA, tipica della poesia, , ossia arte e ispirazione.

CLASSIFICAZIONE DEI FONEMI USATI IN ITALIANO:


SCHEMA 2


POSIZIONE DELLE LABBRA

Distese a arrotondate
è ò
e o
i u
anteriori posteriori







LE VOCALI:

Quando pronunciamo le vocali, vibrano le corde vocali.
La diversità dei suoni dipende dalla posizione della lingua nella bocca o dalla forma delle labbra.
Per le vocali i , è ( e chiusa) ed è ( e aperta ) viene tenuta più alta la parte anteriore della lingua. Per a, la lingua resta distesa.
Per ò ( o aperta ), o (o chiusa ) ed u, viene tenuta più alta la parte posteriore della lingua .

Quanto alle labbra, esse sono arrotondate per la pronuncia della ò , e della u - sono in posizione intermedia per la a e sono distese per la è ,la e e la i .


LE CONSONANTI: Si dividono in SORDE e SONORE.


Sono " SONORE " quelle che si pronunciano con vibrazione delle corde vocali : B; D; G; V; S (sonora); Z (sonora ); G ( palatale ); M; N; GN; L; GL (palatale ): R.

Sono " SORDE " quelle che non comportano vibrazione delle corde vocali: P; T; C ( velare ); S; (sorda ); Z; ( sorda ); C; ( palatale ); SC; ( palatale ).

Oppure, in relazione al LUOGO di articolazione, si dividono in:
LABIALI : P; B; M (bilabiali ) - F; V ( labiodentali).
DENTALI : T; D; N; L; R; S; Z;.



PALATALI : C; palatale ( c + e/i); G; palatale (g + e/i); SC; palatale (sc + e/i) GL; palatale (gl + i; gli + a , e, o, u) ; GN; palatale (gn + a, e, i, o ,u).
VELARI : C; velare (c +a, o, u - c+ consonante; ch + e ,i; Q; (u) +a, e, i, o).
Infine, secondo il MODO di articolazione, si dividono in:
OCCLUSIVE: p; b; m; (bilabiali) - f; v (labiodentali) - t; d (dentali) - c; g (velari).
AFFRICATE: z (dentale) - c, g (palatali).
SIBILANTI: s, z (dentali) – gl (palatale).
FRICATIVE: F,V (LABIODENTALI).
LIQUIDE: r, l (dentale) – g l (palatale).
NASALI: m (bilabiale) – n (dentale) – gn (palatale).




Nota:


la " h " è solo un "grafema", cioè un segno grafico, e non un fonema, ossia un suono vero e proprio. Distingue i suoni velari ‘ c ’ e ‘ g ’ davanti ad ‘ e ’ ed ‘ i ’ .
Suono velare .. : casa, gatto - china, ghisa.
suono palatale : cena, gesso - Cina, Gino.


*** DIVISIONE IN SILLABE:



Ogni sillaba contiene almeno una vocale.
Una parola può essere, in base al numero delle sillabe:


- monosillaba…………………….una sillaba (re, bar, per, di, a, da)
- bisillaba………………………...due sillabe (mon - te; ar –t e)
- trisillaba……………………...tre sillabe (pe – co - ra; r e – gi - na)
- quadrisillaba……quattro sillabe (vo - g a - to -re; a – ma – to - re;)
- polisillaba……………... più di 4 sillabe (in – ve – sti- - ga – to - re )



NORME PER LA DIVISIONE IN SILLABE:

Ogni consonante FA SILLABA CON LA VOCALE CHE SEGUE.
Per esempio: ma - re;
Le consonanti doppie si dividono: gat –t o; car - ro.

Quando si hanno gruppi di consonanti, la prima fa parte della sillaba che precede, le altre della sillaba che segue: con – so – nan - te.
Fanno eccezione i gruppi di consonanti con cui può cominciare una parola: ..…. ma –e – stro; stro –fa ; ri -splen - de - re; splen - den – te.

DITTONGHI:


I gruppi di vocali fanno DITTONGO quando si pronunciano con una sola emissione di voce:



UO -mo; VIE - ni; AU - to.



Quando si pronunciano separatamente, si ha uno IATO:
spi - a - re; le – o - ne.


DITTONGO = i \ u + VOCALE:

Uno IATO si forma anche fra a, e, o + u \ i quando ‘u’ oppure ‘i’ sono accentate: pa-ù-ra; vì-a; e nei DERIVATI DI TALI PAROLE: pa-u-ro-so.


7) L'ACCENTO: quando si pronuncia una parola, si mette in rilievo una sillaba. Questa intonazione più energica è detta ACCENTO.


In base all'accento le parole sono:





TRONCHE : accento sull'ultima sillaba:………… virtù

PIANE : accento sulla penultima sillaba ……. vedére

SDRUCCIOLE : accento sulla terzultima sillaba…….. àlbero

BISDRUCCIOLE : accento sulla quartultima sillaba .… òrdinano




In genere l' ACCENTO si segna solo SULLE TRONCHE e sui seguenti MONOSILIABI:



è, né, sé, sì, di', dà, là, lì', per distinguerli dagli o m o g r a f i
( omografo: che si scrive nello stesso m o d o ) : e, ne, se, si, da, di, li, la..




8) L'ENUNCIATO O PERIODO:



1. Tuo padre dice che partirà alle tre. Vado con lui.
2. Tuo padre dice che partirà alle tre.
3. Vado con lui.




n.. 1.= DISCORSO; N. 2. e 3.= ENUNCIATI o periodi.


4. Che caldo fa qui dentro! Non si potrebbe aprire un poco la finestra?
5. Che caldo fa qui dentro!
6. Non si potrebbe aprire un poco la finestra?




La frase n. 4 è un DISCORSO; le n.5. e 6. sono ENUNCIATI o periodi.
I segmenti in cui si può suddividere un discorso ( 1. e 3. ), secondo i criteri dell' INTONAZIONE e della possibilità di inserire una pausa tra un segmento e un altro, si possono chiamare ENUNCIATI o PERIODI ( 2..- 3.- 5. e 6.).

9) L'INTONAZIONE: i tipi dell' INTONAZIONE sono tre: affermazione, esclamazione e domanda. Nelle frasi 2.. e 3. ‘cade’ alla fine dell'enunciato ed esprime affermazione. Nella 5. indica esclamazione. Nella 4. interrogazione o domanda. Nelle frasi 2.. e 3. troveremo un punto fermo : ‘ . ’ - a fine enunciato; nella 5. un punto esclamativo; ‘ ! ’ -; nella 6..un punto interrogativo; ‘ ? ’ - .
I segni d'interpunzione ( . /punto; , /virgola; ; /punto e virgola; : /due punti; ….) sono simbolo grafici che servono ad indicare pause e diverse intonazioni a proposizioni e periodi.

Il PUNTO segna una pausa marcata e separa due periodi o due proposizioni:

… ‘Ei fu. Siccome immobile …’


La VIRGOLA indica una breve pausa e può essere usata:

a.per isolare un vocativo: "Stai tranquillo, Luigi, verrò appena è possibile"; b. per isolare un'apposizione con aggettivi e complementi: ‘Dante, il grande poeta fiorentino, fu esiliato’;
c. per dividere due enunciati: ‘E' vero, non partì’; d. per separare le parole in un elenco (enumerazione): ‘l'aria era limpida, chiara, fresca’.

Il PUNTO E VIRGOLA indica una pausa più lunga, rispetto a quella indicata dalla virgola, fra due frasi che si vogliono unire tra loro.
Segna perciò una pausa APERTA nel contesto dello stesso periodo e della stessa proposizione: ‘la situazione era difficile; per questo decisi di rimanere’.

I DUE PUNTI indicano che il periodo che segue spiega quello precedente. Possono precedere una enumerazione, un elenco. Sono d'obbligo per introdurre un DISCORSO DIRETTO ( riportato fra "virgolette").
Per es.: ‘ Giuseppe si alzò e disse: "Tranquillizzati, sistemerò tutto!" ’.

DEFINIZIONE DELL'ENUNCIATO:
l' enunciato è un segmento di un discorso, contrassegnato da una particolare INTONAZIONE e seguito ( nonché preceduto ) da una PAUSA prolungabile.

10) IL DISCORSO, quindi, si divide in ENUNCIATI .
Questi in PAROLE o ‘MONEMI ' .
Queste si dividono in morfemi come: LUP - o; GATT – o
che sono le UNITA' GRAMMATICALI MINIME .
(Giovanna BARBIERI, op. cit.)




1). Con ……………………… un morfema = parola monomorfemica
2). Caten-a …………………… due morfemi = " polimorfemica
3). Con-caten-are …………… tre " = " " "
4). Con-caten-at-o…………….. quattro " = " " "



Più precisamente una parola si divide in queste parti :

prendiamo = parola o monema di nove grafemi (lettere) o fonemi (suoni)
- prend = monema radice, LESSEMA (parte significante) o morfema lessicale.

- iamo = monema grammaticale ('desinenza’ o ‘terminazione’, in certi casi) oppure MORFEMA GRAMMATICALE, ossia INDICATORE della 'forma' della PAROLA: maschile, femminile, singolare, plurale, persona per il verbo, in questo caso.

Quindi per le parole, o MONEMI, soggette a variabilità nella parte finale, si riconoscono più parti. Una - centrale - indica significato.

Le altre- finali, indicano il genere, il numero, in certe lingue il CASO, o, per i verbi, il numero e la persona .

Questi sono ‘morfemi’ , e mutano la ‘FORMA’ (SIGNIFICANTE), non la 'SOSTANZA' ( SIGNIFICATO).

Sono il 'vestito', o la ' maschera' delle parole.

***

I MORFEMI anteposti, ossia situati all'inizio del monema, prima del LESSEMA, sono dei prefissi. (particelle 'messe prima del tema’ ).
Per esempio: con - catenare ; per - correre ... .


IL MORFEMA LESSICALE comune, ossia il LESSEMA, portatore del SIGNICATO BASE, rappresenta la parte - il nucleo - della parola
( monema ) che resta dopo aver tolto prefissi e suffissi ( morfemi grammaticali ), ed è la RADICE della parola (talora coincide con il TEMA, in casi particolari ).
I MORFEMI aggiunti alla radice si dicono 'suffissi' con termine generico . Per esempio:




Corr-
Ent-
-e-
Mente

Radice
e tema

Morfema
lessicale
o
lessema

Morfema
Vocale
Gramm.le.

marca Eufonica
Morferma gramm.le

Marca \ desinenza



Schema 3


PER
CORR
ERE




PREFISSO

o monema
grammaticale

Morferma


(greco:
forma)




RADICE


o monema lessicale

lessema (=greco significo;


* (discorso)

SUFFISSO

o monema
grammaticale


Morfema

( forma)


11) LE DESINENZE :

I morfemi- suffissi contribuiscono, come si diceva prima, a DIFFERENZIARE
le CATEGORIE grammaticali : NUMERO – TEMPO - PERSONA - MODO e GENERE.




nota:

se il SUFFISSO si unisce direttamente alla RADICE (lessema) , la parola può dirsi PRIMITIVA .

Se si unisce alla radice dopo un altro suffisso ( moferma grammaticale ), la parola si dice DERIVATA .

Per le osservazioni su "lessemi", "morfemi grammaticali”, ”morfemi lessicali" e "monemi" vedi: A. MARTINET, Elementi di linguistica generale, Universale, Laterza, Bari 1977, 1.9 pag. 23 e 4..20 pag. 137 e: A. MARCHESE - A. SARTORI, Il segno il senso - Grammatica Moderna della lingua italiana, Principato Editore MI 1975, pag. 33 .




12 *I SINTAGMI O GRUPPI - NOMINALI / VERBALI E PREPOSIZIONALI :


In un ENUNCIATO possiamo chiamare "SINTAGMA” (greco composizione, cfr. dispongo in ordine sintassi, disposizione ordinata, in linguistica vale:messa in ordine metodica degli elementi d'un lingua)oppure “GRUPPO” NOMINALE (GN) ogni agglomerato (gruppo) di parole formato dall’ ARTICOLO (o DETERMINANTE) + NOME, dall’ARTICOLO + AGGETTIVO + NOME, oppure ARTICOLO + NOME + AGGETTIVO (DETERMINANTE o MODIFICANTE), o dal solo NOME (GN).

Possiamo chiamare SINTAGMA o GRUPPO VERBALE ogni gruppo di parole formato dal VERBO + ARTICOLO + NOME, dal VERBO + GRUPPO NOMINALE o PREPOSIZIONALE oppure infine dal solo VERBO (GV).



il pioppo - il verde pioppo - il pioppo verde
determinante - determ modificante* nome - d n m



* il modificante in questo caso è ‘lessicale’, poiché modifica proprio in
senso lessicale, apportando una direzione precisa al significato del nome.


chiameremo SINTAGMI I GRUPPI DI PAROLE, COLLEGATE DAL
SENSO E DISPOSTE SECONDO LE REGOLE DELLO STILE, che
trovano nel VERBO il loro “nucleo logico, sintattico e semantico
centrale”


.



F. s. = GN + GV = A(D) + N + V + A(D ) +N






*****




I contadini …………………………... = GN (=A+N)
Abbattono un pioppo ……………….. = GV (=V+GN2) = (V+A(D)+N)
Abbattono …………………………... = VERBO (VERBALE)
Un pioppo …………………………... = GN2 (=A(D)+N)




GN1 = i contadini = "soggetto" - GN2 =un pioppo = "complemento oggetto".


Schema N. 4 :

Phrase marker = indicatore di frase

F


GN1
GV

D
N V GN2
D N
i contadini abbattono un pioppo
DET. NOME VERBO DET NOME

ART. NOMINALE ART. NOM.LE
G.N.1 _ _ VERBO GN2____


DET.(ART) + NOME VERBO + DET(ART) + NOME


FRASE SEMPLICE






Chiameremo SINTAGMA o GRUPPO PREPOSIZIONALE quell’insieme di parole, collegate dal senso e concordanti fra loro, che siano rette da una preposizione.
In pratica un ‘complemento indiretto’.

Tale sintagma o gruppo ‘preposizionale risulta formato da:
PREPOSIZIONE (FUNZIONALE) + GN e rappresenta una ESPANSIONE, poiché amplia e arricchisce la presenza “semantica” di un monema
(parola: nome, verbo, aggettivo-modificante) nella frase).

*** Nota:

Per tutte queste definizioni vedi: G. DEVOTO, Avviamento alla etimologia italiana, Dizionari Le Monnier e: J. DUBOIS - M. GIACOMO - LOUIS GUESPIN - C. MARCELLESI - J.P.NEVEL , Dizionario di linguistica - Ed. Zanichelli.
E ancora, per la parte sulla grammatica trasformazionale: F. VANOYE, Usi della lingua, Manuale di italiano per le Scuole Medie Superiori, Società Editrice. Internazionale TORINO .

Per gli insegnanti, sono utili:
E. CAVALLINI -BERNACCHI, L'insegnamento della lingua,
Il punto emme edizioni , Milano -
N. CHOMSKY, Le strutture della sintassi, Universale Laterza., Bari

Utili sono i volumi di G. MOUNIN:
Guida alla linguistica, Guida alla semantica e Storia della linguistica (2 voll.), tutti della UE Feltrinelli (n. 626 - 713 e 576/635 della collana ), nonché Didattica dell'Italiano e Strutturalismo linguistico, di A. MARCHESE, Principato).
Schema 5:
Phrase maker ( con GP = ESP )
F


GN1 GV


D N V GP


P GN2


D N


un uomo corre per la strada
qui il GN 1 è il SOGGETTO – il GN 2 è il GRUPPO NOMINALE che, con la PREPOSIZIONE, forma il GRUPPO PREPOSIZIONALE (C0MPLEMENTO DI MOTO PER LUOGO).
Nota: gli AVVERBI. Possono avere la stessa funzione dei GP: ad esempio:
il treno correva a gran velocità
GN V GP
______
____________________________
GN GV
Nella frase possiamo SOSTITUIRE il GP “a gran velocità” con l’avverbio “velocemente”.
Le preposizioni, con le congiunzioni e il pronome relativo, possono chiamarsi

funzionali, o indicatori di funzione,
perché collegano, mettono in relazione, indicandone appunto la ‘funzione’,

GN con un verbo o GN con GP

( preposizione) o GN, GP e frasi tra loro (congiunzione).

Il pronome relativo funge da “raccordo” fra sintagma predicativo principale ed una subordinata.


I nomi rientrano nella categoria dei nominali,
i verbi in quella dei verbali.


Gli articoli appartengono alla categoria dei determinanti o determinativi.
Aggettivi e avverbi a quella dei modificanti, perché modificano, precisano il senso di un nominale o di un verbale.

I verbi essere e avere ausiliari, i verbi servili e fraseologici sono modalità perché precisano un rapporto logico fra GN 1 / 2 e modificante nominale (nome del predicato) o fra GN 1 / 2 e verbale.



*****
Seconda parte





1) La subordinazione: l’aggettivo.





Esaminiamo la frase: un grande albero fu abbattuto
GN GV





un frondoso albero fu abbattuto
GN GV




‘grande’ e ‘frondoso’


sono espansioni, ovvero subordinati o dipendenti concettualmente di ‘un albero’, che è il centro del GN, infatti possiamo eliminare questi due aggettivi o attributi, che sono determinanti o modificanti lessicali, mentre gli articoli sono determinanti grammaticali poiché accompagnano il nominale collocandolo grammaticalmente, senza modificare il significato, senza turbare la struttura della frase.


2) La subordinazione: sintagmi ‘centro’ e sintagmi ‘subordinati’.

Esaminiamo la frase:
Un aereo incredibilmente grande volava a velocità supersonica
__ ___ ____________ _____ _____ __________________
DG N D(M) DL V GP
___________________________ _______________________

Gruppo Nominale ___ Gruppo Verbale
Frase semplice

‘Incredibilmente’ è subordinato di ‘grande’, determinante lessicale, che a sua volta è subordinato di ‘aereo’.

… …
La funzione di questi ‘subordinati’ è quella di arricchire e completare il senso della parola a cui si riferiscono, allargandone, “espandendone” il campo semantico, oppure indirizzandole e precisandolo in determinate direzioni.



Se diciamo:
un aereo di linea


il GP ‘di linea’ è subordinato del GN ‘un aereo’: è una sua ‘espansione’, perché ne delimita, ne precisa, ne espande il significato in una direzione determinata.

L’intensità semantica del GP ‘di linea’ si dirige sul GN ‘un aereo’.
Avverbi, aggettivi, gruppi preposizionali sono perciò dei subordinati, delle espansioni dei GN, dei verbali, dei determinanti lessicali(aggettivi).
Ossia: avverbi, aggettivi e GP sono espansioni, subordinati di GN, oppure di verbi e di aggettivi (verbali e modificanti).

3) Il soggetto: in un enunciato può essere posto un GN il cui nome è legato al verbo nel numero e nella persona. Tale nome, se si tratta di un nome, perché può essere un monema appartenente ad altre categorie, un aggettivo, un verbo,, un avverbio, un articolo e così via, è il soggetto del verbo.
Si parla del sintagma che chiamiamo ‘gruppo nominale 1’ (GN1). Di solito mettiamo in italiano questo gruppo prima del verbo, ossia rendiamo una parola protagonista della frase e la leghiamo al verbo.

In taluni casi, come nell’ anacoluto ( dal greco senza collegamento ) , in cui il GN2 (il complemento oggetto comunemente detto) precede il GN1 (soggetto), che però riafferma la sua natura di

‘protagonista’

riagganciandosi con un pronome (nominale sostitutivo) al GN2.

Ad esempio:

… Coloro che tramontano (GN2), io li (pronome = nominale sostitutivo) amo con tutto il mio amore: perché passano all'altra riva … …

( F. NIETZSCHE, Also sprach Zarathustra, Adelphi a.c. G. Colli, pag. 244 ) .


In questa frase il GN1 (=soggetto) è il pronome personale ‘io’.
Un pronome sostituisce un nome, ed è quindi un nominale sostitutivo.

La frase è una trasformazione della frase complessa:

Sono Zarathustra ed amo … coloro che tramontano … con tutto il mio amore … perché passano all'altra riva ( perché passano all’altra riva = frase subordinata – ESPANSIONE FRASE CAUSALE).

Il pronome relativo (indicatore di funzione) " CHE " collega due frasi subordinandone una:
quelli tramontano
quelli passano all'altra riva
Zarathustra ama
Io sono Zarathustra

Io amo quelli …. amo quelli che passano …. all'altra riva.
…. Amo quelli che tramontano …. Perché passano all’altra riva .
“ PERCHE’ ” è ‘CONGIUNZIONE’.
Indica una funzione causale.

E' un INDICATORE DI FUNZIONE e come tutte le "congiunzioni" subordinative, INTRODUCE UNA SUBORDINATA ( la ESPANSIONE FRASE corrisponde ad una ESPANSIONE "complemento" , ma CONTIENE - in più - UN VERBO ) .

Le ESPANSIONI COMPEMENTO sono introdotte da funzionali preposizioni e sono Gruppi Preposizionali .

Le ESPANSIONI FRASE sono introdotte da
CONGIUNZIONI SUBORDINATIVE.

Le altre congiunzioni - quelle coordinative - servono a collegare tra loro frasi semplici (indipendenti, primarie, principali) o frasi\espansione (subordinate).

Tornando alla frase:

un cane salta un fosso….

GN1 GV
D+N


V GN2


D+N

** “ un cane “ è SOGGETTO.

Il significato della parola " cane ” è il
"protagonista" della frase, che fa da
“ teatro contestuale ”.


Proviamo a dire:
un fosso salta un cane ….

Suona strano ed assurdo.
Ma non in un contesto diverso.
In una fiaba, sarebbe "possibile". Non nella vita quotidiana.

*** In latino, o in greco si può mettere il GN2 (compl.oggetto)
prima del verbo.

Perché i casi permettevano di conservare il senso complessivo e lo dirigevano logicamente nella frase.
In latino posso dire:

Lupus hominem est / hominem lupus est / est hominem lupus.


Sarà sempre il lupo a nutrirsi, in questo tipo di indicazione.
(Fs=Frase semplice=GN+GV).

‘Est’, in latino, vale anche ‘divora, mangia’, non solo ‘è, esiste …’.

Era l’accusativo ‘hominem’ che diceva ai ‘latini’ quale dei due significati dare al verbo, in questo caso.

Il soggetto compie l'azione …. Questa non è una affermazione giusta.

Se dico: ….
L'uomo è mangiato dal lupo
- comprendo che "l'uomo" non compie, anzi, è "vittima" dell'altrui azione.



Sia permesso qui osservare che la retorica delle pecore ‘miti’, dei lupi ‘cattivi’ e dell’uomo sempre ‘vittima’, ma molto bene armata, ha portato in realtà all’estinzione del lupo, animale nobile, intelligente e socialmente elevato, nonché capace di linguaggio, ed al proliferare indiscriminato degli ovini e degli umani, frenato con sistemi che non è comunque da ‘homo gramaticus’ spiegare, anche per evitarne l’uòteriore diffusione.


***

Se dico: Don Abbondio è vile - Don. A. "compie".
Se dico: Don Abbondio fu minacciato - Don. A. non è "attore" del senso dell'azione. Lo è solo "grammaticalmente".

E' il protagonista , la "parola" (Nome proprio, qui), messa in rilievo, proposta dall'attenzione dell'ascoltatore/lettore/RICEVENTE (destinatario del MESSAGGIO).

Quindi diremo che il GNI (SOGGETTO, secondo la tradizione tassonomica grammaticale) è quella parola che viene MESSA IN RISALTO, in evidenza, QUALE PROTAGONISTA della frase (..’teatro contestuale), e che concorda con il verbo.

Questo, ove il soggetto sia espresso.
Ossia quando la frase non sia imperniata su un verbo, o un'espressione, IMPERSONALE (piove …. è giusto fare così …. ) oppure quando il soggetto non sia sottinteso.

2) Le frasi: possiamo dividere ogni enunciato (periodo e discorso fra due punti) in parti corrispondenti ciascuna ad un GRUPPO VERBALE accompagnato da sintagmi (GRUPPI) NOMINALI e PREPOSIZIONALI SUBORDINATI (dipendenti) e comunque legati ad esso.

3) Chiamiamo FRASE ognuna di queste parti.

LE FRASI sono unite da
CONGIUNZIONI COORDINANTI

( INDICATORI DI FUNZIONE COORDINATA ), se unisco frasi semplici fra loro: di notte dormo e sogno (= due frasi semplici unite, coordinate = FRASE COMPOSTA…. ) o

SUBORDINANTI

se unisco uno o più SUBORDINATE (dipendenti, secondarie) a una FRASE SEMPLICE CHE FA DA REGGENTE / PRINCIPALE / INDIPENDENTE / PRIMARIA …. di notte dormo e sogno …. ‘Perché amo riposarmi pensando’.

“ Perché ” è un "indicatore di funzione", introduce una subordinata che arricchisce il "senso" della PRINCIPALE (di notte dormo) coordinata con l'altra frase semplice (anche "principale", ma aggiunta)….’e sogno’.

Le frasi sono unite da congiunzioni e separate da brevi pause segnate con virgole, in genere.

***
Nota:

FRASI A "SCHEMA MINORITARIO" (ossia a schema abbreviato, perché s'intuiscono gli elementi sottintesi già precedentemente pronunciati o facilmente ricostruibili):… "pronto!…." - " al diavolo!…" - "povero me!" - (enunciati derivanti da trasformazioni esclamative di : ‘io sono pronto’….etc). Oppure: "Dove vai?" - "a Scuola !" (enunciati usati nelle risposte, ove si sottintendono gli elementi intuibili).

Anche i titoli, i cartelli pubblicitari, le insegne sono "a schema minoritario": ‘più facile, sarà difficile’… ‘così bianco che più bianco non si può’… ‘chi vespa mangia le mele’.
Così anche per enunciati emessi in momenti di fretta o di concitazione… "quella sciagurata!!…" …"un serpente!…"… et cetera.

4) COORDINAZIONE E SUBORDINAZIONE : Le frasi possono essere unite fra loro dunque dalle CONGIUNZIONI, per ‘polisindeto’ o da segni di punteggiatura, per ‘asindeto’.
Ad esempio:…’noi studiamo e voi giocate’; ‘noi studiamo. Voi giocate’.

LE CONGIUNZIONI (funzionali) COORDINANTI uniscono anche, oltre a frasi, GRUPPI NOMINALI E PREPOSIZIONALI.

Ad esempio….: ‘ho incontrato Carlo e suo fratello’ … ‘ non ho visto né tuo padre né tua madre’.

Le congiunzioni COORDINANTI o COORDINATIVE principali sono le:


- Copulative….: e, anche, pure; né; neanche, neppure, nemmeno.
- Disgiuntive…: o, oppure, ovvero.
- Avversative…: ma, però, anzi, invece, pure, peraltro, tuttavia.
- Dimostrative o dichiarative…..: cioè, infatti, difatti.
- Conclusive…: dunque, pertanto, perciò, quindi, sicché.
- Correlative…: e….e; sia…sia; tanto…. Quanto; così…. Come;


Occorre ricordare che : queste congiunzioni uniscono solo frasi o proposizioni principali , quando uniscono delle frasi.

Osserviamo ora quest'altra frase:
‘non uscimmo di casa per la pioggia’.

Il GRUPPO PREPOSIZIONALE "per la pioggia" è un "subordinato", una ESPANSIONE che "arricchisce" il senso della enunciato-base:


"( noi ) non uscimmo "
“di casa " è complemento di moto da luogo, ‘espansione’ del verbo.



Al posto dell'espansione "per la pioggia" possiamo immaginare una frase intera, che sarà anch'essa in un

RAPPORTO DI SUBORDINAZIONE

rispetto all'enunciato - base (o centrale).

In questo caso AVREMO UNA ESPANSIONE FORMATA NON DA UN SEMPLICE AVVERBIO o AGGETTIVO o GP, MA DA UNA FRASE VERA E PROPRIA, che chiameremo

PROPOSIZIONE SUBORDINATA ( ESPANSIONE frase )

***** La frase da cui dipende si chiamerà PROPOSIZIONE
PRINCIPALE o reggente, o in qualunque altro modo equisemantico


La frase : non uscimmo di casa per la pioggia…
(GRUPPO PREPOSIZIONALE \ COMPLEMENTO DI CAUSA)


Diventa : non uscimmo di casa perché pioveva
(ESPANSIONE FRASE CAUSALE)




Del GP (complemento) "per la pioggia"


Un altro esempio: …





Mario si alzò nonostante la febbre
GN ________________
N V ____GP ____




GV


Il GP "nonostante la febbre" può essere sostituito con una frase SUBORDINATA, previa l'aggiunta d'un VERBO:



Mario si alzò, nonostante la febbre …


Mario si alzò, sebbene avesse la febbre





MARIO SI ALZO' : proposizione principale \ frase semplice.

SEBBENE AVESSE LA FEBBRE: proposizione subordinata alla principale / Concessiva.

Il complesso della due frasi è una FRASE COMPLESSA ( = periodo).





***

Nota :



le FRASI o PROPOSIZIONI SUBORDINATE sono introdotte da parole "invariabili", senza indicare morfematici di genere, numero, tempo, modo e persona, che chiamiamo




CONGIUNZIONI SOBORDINATIVE



(indicatori di funzione subordinata), in quanto subordinano una frase, indicano un suo rapporto di


DIPENDENZA DA UN'ALTRA.





Le principali
congiunzioni subordinative
sono:





Finali……………...: affinché, acciocché, che, perché, per.

Consecutive……….: tanto da, talmente da, tanto che, cosicché, sicché.

Casuali…………….: perché, giacché, che, siccome.

Temporali……….…: quando, che, allorquando, finché, mentre, allorché,
dacché.








****


Concessive…….…...: sebbene, nonostante, benché, quantunque, allorché.

Dichiarative………..: che, di.

Interrogative e Dubitative: che, se, perché, quando, come.

Modali……………..: come, siccome, quasi, comunque.

Eccettuativa………..: fuorché

Comparativa……….: come, siccome, piuttosto che, più che, tanto che.









*** TERZA PARTE







A. LA PRODUZIONE LINGUISTICA:




1. LA FRASE E SUOI ELEMENTI:



quali sono gli elementi INDISPENSABILI per costruire una FRASE ?

Non basta mettere delle parole "insieme" per comporre una frase. Risulta perciò evidente che NON sono frasi le seguenti successioni di parole:

dico sette cani che lepri ricorrono le…zampino gatta la va tanto lascia lo ladro ci al che…





PER COMPORRE UNA FRASE CHE ABBIA SENSO COMPIUTO O ALMENO VEROSIMILE, O CHE COMUNQUE "SIGNIFICHI QUALCOSA", ANCHE A LIVELLO FANTASIOSO E IMMAGIANARIO, DEBBO COMBINARE LE PAROLE IN UNA DETERMINATA REALAZIONE, in un determinato ORDINE fra di loro, in modo che ne risulti un SENSO da un lato STILISTICAMENTE ACCETTABILE e dall’altro semanticamente e logicamente COMPRENSIBILE.





Perché si verifichi questa data condizione, è necessario che in una FRASE trovino posto ALMENO DUE ELEMENTI INDISPENSABILI, il


SOGGETTO \ GN(1) \ GRUPPO NOMINALE UNO \ ed il
VERBO \ GRUPPO VERBALE (predicato VERBALE).


2 .SOGGETTO E PREDICATO: per definire questi due elementi consideriamo le seguenti frasi:


a. Luigi e Maddalena hanno letto su una rivista una poesia interessante.
b. I poeti, che strane creature, ogni volta che parlano è una truffa.



Le parole sottolineate sono, per ordine di successione,


SOGGETTO e PREDICATO VERBALE.
GN1 (Gruppo o sintagma nominale Uno e Verbo).

***
*

Del SOGGETTO, si è già detto che è quella parola qualsivoglia che indica il "protagonista" della frase: sia uomo, essere animato, cosa, concetto o altro.



IL PREDICATO è un'espressione VERBALE.
Nella frase: ‘a..’ è costituito dall'espressione "hanno letto".
Nella : ‘b.’ da "parlano".
La frase ‘b.’ (Francesco de Gregori - Le storie di ieri) contiene anche un anacoluto.



E' una trasformazione di :


ogni volta che i poeti parlano è una truffa:
quando i poeti parlano \ i pocti sono strane creature.



I pocti parlano - dicono parole / i poeti sono "strane creature"
le parole (di proprietà - di invenzione) dei poeti sono una truffa.



Si tratta di una FRASE COMPLESSA.




In questa frase, invece:


L'Italia è una repubblica



Il verbo (VR) ESSERE appare UNITO ad un NOME.

Chiamiamo l'espressione " è una repubblica " PREDICATO NOMINALE.


" E' ” (classica 3^ Pers.Sing.pres.Ind. - voce del verbo essere )
in questa frase qu è "copula", ossia "unione, legame” , senza un suo proprio e preciso significato o valore semantico
(come i verbi, detti appunto servili, potere, dovere, volere etc.).

"Una repubblica" è il
NOME DEL PREDICATO.



Lo stesso sarebbe se dicessimo:

l'Italia è bella.

E' = copula; bella = nome del predicato.
E' bella = predicato nominale, che meglio dovremmo chiamare:

modificante nominale.

***
*

Se invece dico:
l'Italia è "in crisi", uso il verbo ESSERE con il significato di trovarsi , essere situato/a:
l'Italia si trova in una seria crisi economica


Quindi il VERBO ESSERE può essere "copula" e reggere un predicato nominale, oppure verbo con il senso di "esistere, trovarsi, esser situato, situata", e di conseguenza unirsi ad un GP (complemento).

Il soggetto, quindi, è l'elemento che esprime la persona, il concetto, la cosa messa in risalto.


Nella frase attiva spesso indica chi "compie" un'azione : Luigi legge.
Ma non sempre:


Luigi prese il raffreddore; o:
Matteo non partì


Luigi e Matteo, più che agire in senso prorpio, subiscono, vivono uno stato o un evento dinamico e non compiono una azione consapevole.

Nella frase passiva il soggetto finisce col subire l'azione.

Ad esempio:

Catullo fu abbandonato da Lesbia.




Ma nella frase:

Euridice fu rimpianta da Orfeo ….


Il piano grammaticale dice come "Euridice" subisca, mentre il senso ci fa intendere come Orfeo agisca spinto dalla costrizione e dal dolore.


Quindi per la "grammatica" in sé e per sé sono corrette ambedue le seguenti frasi:

a. l’uomo paziente mangia la cicoria
b. l'agnello feroce mangia il lupo




… Però per la frase:


a. siamo nella "normalità", mentre per la frase:
b. b. siamo sul piano dell'irreale, dell'incredibile.



*** Sono i piani del realismo e dell'assurdo,
dell'eccezionale e del quotidiano.




****
Quindi nelle definizioni, ma anche ordinariamente in qualsiasi sede, non dobbiamo mai confondere involontariamente e senza un motivo valido il "senso" con lo "stile".








*** Il soggetto (la parola in primo piano, " protagonista contestuale ") può essere accompagnato dal predicato nominale, in questo caso gli si attribuisce una qualità, uno stato particolare d'essere e di esistere.



* * Il predicato ha la funzione di dire,
di enunciare qualcosa del soggetto.


5) STRUTTURA DELLA FRASE: vediamo ora di individuare la STRUTTURA della FRASE, cioè di verificare la come nella frase SI RISPECCHI IL MODO PROPRIO CON CUI IL PENSIERO SI ORGANIZZA E SI OBIETTIVA NEL FATTO DEL LINGUAGGIO.

6) Esaminiamo la frase: il gatto di Luigi è bello.


Nella "struttura della frase" si può scoprire qualcosa che va al di là di una semplice successione di parole.
Nel contesto del discorso le parole sono prodotte a gruppi di due, tre, quattro, e più.
Fra questi gruppi esiste un legame particolare, determinato nel SENSO che VOGLIAMO dare alla frase.
Questi gruppi che si formano spontaneamente nella nostra mente e che sono collegati del SENSO sono:

"il gatto " - “di Luigi" - “è bello”.


Infatti l' ARTICOLO (DETERMINANTE GRAMMATICALE) si riferisce come un dito puntato alla parola - "gatto".

La PREPOSIZIONE (INDICATORE DI FUNZIONE) "di" è legata al nome "Luigi".


Il verbo (qui: copula) si lega all'aggettivo (DETERMINANTE LESSICALE o "modificante") "bello", formando un PREDICATO NOMINALE o modificante nominale (=VERBO ESSERE ((copula)) + nome del predicato ((nominale/determinante lessicale)) In definitiva il ‘predicato nominale’ può essere chiamato anche

gruppo verbale modificante … oppure
modificante nominale.


Si possono indicare i rapporti di dipendenza con questo sistema:



il gatto di Luigi è bello


GN GP GMN



GN (+GP) + GV



Fs




Questi GRUPPI DI PAROLE collegate dal SENSO si chiamano GRUPPI o SINTAGMI.
I sintagmi nominale e preposizionale - "il gatto" - "di Luigi" - sono collegati fra loro formando un sintagma PIU' GRANDE: "il gatto di Luigi" (GN+GP). Inoltre il sintagma o ‘gruppo verbale modificante nominale’ "è bello" si lega al grande sintagma (o GN+GP) "il gatto di Luigi", formando un unico blocco, cioè una frase.



Possiamo a questo punto stabilire di chiamare il sintagma più grande "il gatto di Luigi" GRUPPO NOMINALE (GN), in quanto le parole che lo compongono ruotano intorno al nome " gatto ".


*****
***
Il sintagma verbale può indicarsi come gruppo verbale (GV), perché è costituito da una forma verbale , a cui si può aggiungere un elemento nominale.


Una FRASE è quindi composta da un GN e da un GV, come si può vedere dalla seguente formula:





Fs = GN + GV = Fs = frase semplice




4) STRUTTURA DEL PERIODO:
Esaminiamo ora quell' insieme di frasi che è il periodo.

Scriviamo un periodo:


" Una volta, allorchè da studente cambiai di alloggio, dovetti far tappezzare
a mie spese le pareti della stanza perché le avevo coperte di date "
( Italo Svevo )

Un periodo è composto di proposizioni (tutte contraddistinte da un soggettetto e da un predicato) fra loro collegate e che quindi, per intenderne la STRUTTURA, deve essere selezionato nelle varie proposizioni (o FRASI) che lo costituiscono..


***


Queste proposizioni non sono tutte dello stesso valore.

Alcune sono autonome, nel loro significato ( le principali ) e le altre sono dipendenti da quella autonoma, perché da sole non hanno un senso compiuto si chiamano anche

secondarie, oppure dipendenti o anche subordinate).

Le dipendenti del periodo preso in esame sono:


"allorché da studente cambiai alloggio"
… e
"perché le avevo coperte di date".


La principale che esprime il fatto centrale ed è il centro del periodo, ha significato autonomo. Essa è "Una volta dovetti far tappezzare a mie spese le pareti della stanza".
Rispetto a questa le due proposizioni secondarie sono delle ESPANSIONI, perché esprimono FATTI COLLATERALI E SECONDARI, in qualche modo connessi con il fatto o la sitazione idealmente posti in posizione centrale, espresso dalla principale.


Anche nel periodo quindi, oltre che nella frase, esiste una struttura ordinata, per cui le frasi sono ordinate e collegate fra loro da rapporti di dipendenza "sintattica".

SINTASSI appunto si chiama lo studio delle relazioni che le parole hanno nella frase.
La SINTASSI DEL PERIODO studia i rapporti e le relazioni fra proposizioni principali e secondarie.



**** Schema esplicativo:




PRINCIPALE
Una volta dovetti far tappezzare a mie spese le pareti della stanza



allorché da studente cambiai d’alloggio
= proposizione espansione frase secondaria temporale






perché le avevo coperte di date
= proposizione espansione frase secondaria causale



Nota:
le SECONDARIE ( o DIPENDENTI, o SUBORDINATE ) sono ESPANSIONI introdotte da CONGIUNZIONI SUBORDINATE.

****
*

6) IL VALORE E LA FUNZIONE DELLE PAROLE:


E’ paradossalmente arduo dare una definizione di quel che chiamiamo ‘parola‘.

*** Si potrebbe dire che è quell' insieme di suoni legati fra loro dal SENSO
complessivo e dalla FUNZIONE che hanno nel contesto del discorso.



Per esempio la parola MELA è costituita dalla sequenza dei fonemi (lettere dell'alfabeto come si pronunziano): ‘ m - e - l – a ’ .

Questi suoni, pronunciati in questo ordine, indicano quel particolare frutto così chiamato: ne sono, insomma, il SIGNIFICANTE.




Il "FONEMA" è l'unità minima fonetica, cioè ogni singolo suono di una lingua, indicato con determinate "lettere" (grafemi, dal greco = scrivo).

Ogni lingua alfabetica ha dei fonemi e dei grafemi particolari.




Vi sono parole che hanno un senso compiuto e altre che servono solo per indicare una FUNZIONE, ossia i rapporti fra le varie "parole" (MONEMI), come dei semplici cartellini segnaletici che suggeriscono al lettore un certo ' modo ' per interpretare le parole che seguono.

Prendiamo l'articolo (DETERMINANTE GRAMMATICALE) ‘ il '.
Si tratta di una parola senza un senso preciso.

Serve solo ad indicare e DETERMINARE la parola che segue. Quando dico 'il giardino', la paroletta 'il' serve per farci intendere che ‘il’ --GIARDINO-- da essa indicato non è ' un qualunque giardino', ma uno certo, determinato, distinto da altri.

E' diverso dire 'il giardino del sultano' da … "ho visto un bel giardino".

In questa ultima frase si vuole indicare in modo 'indeterminato' e vago 'un' giardino, perciò si usa il determinante " UN " (articolo ‘indeterminativo’). Queste 'parolette', e cioè gli 'articoli' (determinanti grammaticali) servono per indirizzare genericamente il SENSO di un'altra parola, restringendo o allargando il 'campo sematico e logico' di un termine .

Consideriamo ora la seguente frase:

‘l'automobile di Anna Maria è nuova’.

La paroletta 'di' indica un rapporto di appartenenza, in particolare l'appartenenza dell'automobile, che è 'di Anna Maria'.
Questa paroletta indica una FUNZIONE : 'Anna Maria' è in funzione di 'automobile.

Le PREPOSIZIONI perciò sono dette FUNZIONALI (o INDICATORI DI FUNZIONE).

Si è già osservato che ad un Gruppo Preposizionale (ESPANSIONE \ 'complemento') corrisponde, fatta la dovuta trasformazione, a una FRASE SUBORDINATA.

Le FRASI SUBORDINATE sono introdotte da CONGIUNZIONI SUBORDINANTI.

Le congiunzioni, quindi, sono anch'esse INDICATORI DI FUNZIONE.


Ad esempio:

non riuscii a scrivere la poesia ……… per mancanza d'ispirazione
proposizione principale espansione causale

non riuscii a scrivere la poesia …… perché mi mancava l'ispirazione
proposizione principale frase espansione causale subordinata




Nel primo caso si ha una FRASE SEMPLICE.

Nel secondo una FRASE COMPLESSA.


FRASE COMPLESSA= Fs (PRINCIPALE) + X =SUBORDINATA


L'unione tra Fs e X è resa possibile dal
FUNZIONALE (CONGIUNZIONE SUBORDINATIVA)


Le CONGIUNZIONI COORDINATIVE uniscono frasi semplici tra loro, formando FARSI COMPOSTE.


Ad esempio:

Luigi parla +
Luigi cammina=

Luigi parla e cammina



FRASE COMPOSTA= Fs + Fs ( + Fs…..)



Esistono altre parole, poi, che hanno un SENSO AUTONOMO, come: albero, cielo, strada.

Questi monemi indicano un oggetto reale, una persona o un'idea astratta, un concetto.

Si tratta di NOMI e sostantivi.
Possiamo chiamarli NOMINALI .

I 'PRONOMI' possono 'sostituirli'.

Sono anch’essi dei NOMINALI.

Ad esempio:
Catullo vide Lesbia e la salutò.


Gli AGGETTIVI sono monemi che si aggiungono ai NOMINALI (NOMI) per precisarne il SENSO.

Sono DETERMINATI LESSICALI, o LESSEMI MODIFICANTI in quanto apportano una modifica, una precisazione ad un nominale.

Il cielo può essere coperto, nuvoloso, celeste, arancione, 'azzurro', lontano….

Sono anche delle

ESPANSIONI,

come i 'complementi' , perché dirigono, fanno 'espandere' in una direzione il senso d'un nominale.

Un cane può essere ‘bello, feroce, mansueto’.

Può anche essere …: ‘di tipo belga, di Mario, da guardia' ….

Classificando le parole in base al loro valore e alla loro 'funzione' si è giunti a considerare le cosiddette PARTI DEL DISCORSO, che, per accennarle soltanto, sono le seguenti:

** ARTICOLO = NOME = PRONOME = AGGETTIVO = VERBO

… parti variabili, in quanto al LESSEMA (TEMA - RADICE) possiamo aggiungere dei MORFEMI (prefissi e suffissi) determinando ' genere, numero, tempo e modo', come ad una 'base' stereofonica possiamo aggiungere diversi accessori per ottenere sofisticati 'effetti'.

** AVVERBIO = PREPOSIZIONE = CONGIUNZIONE INTERIEZIONE

… parti invariabili, perché non sono ' modificabili' con aggiunte di prefissi e suffissi.
Possono, al massimo, agglutinarsi - o fondersi - con un'altra parola.

Ad esempio:
DETERMINANTE.+ FUNZIONE.GRAMMATICALE.= DETERMINANTE FUNZIONALE - DI + IL = DEL …. Le PARTI VARIABILI sono suscettibili, quindi, di 'modificazioni '.
In tal caso si parla di FLESSIONE per AGGETTIVI , NOMI , PRONOMI , e ARTICOLI.

Per i VERBI si parla di CONIUGAZIONE .

NOME :
a. – nome -lup-o (sing. M.)- lup-a (sing. F.) - lup-i (pl. M.) - lup-e (pl. F.):
b. – aggettivo - buon-o (sing. M.) - buon-a (sing. F.) - buon-i (pl. M.) - buon-e
(pl. F.).

c. – verbo :


pronome
singolare
pronome
Plurale

IO CANT- O NOI CANT- ATE
TU CANT- I VOI CANT- IAMO
EGLI CANT- A ESSI CANT-ANO




6 ) INVERSIONE DELLA FRASE :

la frase "il treno arriva" può presentarsi anche nella forma
arriva il treno

Diciamo allora che la frase ha subito una

TRASFORMAZIONE INVERSIONE (T.inv.)

Questa nuova 'struttura' (disposizione delle parole)
si ottiene ponendo il SOGGETTO dopo il predicato.






Es. a) cadono le foglie (GV + GN) / da : le foglie cadono (GN + GV).
Es. b) è arrivato mio zio (GV + GN) / da : mio zio è arrivato (GN + GV).


****
**

Questa struttura, che è meglio usare solo se nelle frasi è presente solo il GNI (soggetto), a mano che non si usi un ANACOLUTO (come prima detto), è FREQUENTE NELLE FRASI INTERROGATIVE .

Ad esempio …. : è necessaria questa spesa ? (GV + GN). ….
La struttura 'normale' (GN + GV) è detta 'DIRETTA'.


6. LA COORDINAZIONE :


7) LA 'SOMMA' DELLE FRASI: si pensi ad un periodo di questo tipo:

Lucio studia.
Lucio è diligente.

Sommando le due frasi ELIMINIAMO LA RIPETIZIONE DEL SOGGETTO ed otteniamo una FRASE COMPOSTA: ….


Lucio studia ed è diligente.



Abbiamo COORDINATO le due FRASI o PROPOSIZIONI PRINCIPALI.

Chiamiamo …. PRINCIPALI le due frasi perché possono essere separate da una forte pausa (' punto' o 'punti e virgola') e quindi sono AUTONOME.

La congiunzione che coordina le due frasi è la ‘ e ‘ , che fa parte delle CONGIUNZIONI COORDINATIVE .


8) SI TENGA PRESENTE IL SEGUENTE SPECCHIETTO:



a) FRASE SEMPLICE …. :
GN + GV=(D+N) + V +(GN2) =
D + N + V + D + N

****

b) FRASE COMPOSTA :
SOMMA PER COORDINAZIONE DI

DUE O PIÙ' FRASI SEMPLICI.



= Fs+Fs = (GN + GV) + ….


c) FRASE COMPLESSA:

unione di una \ o più \ Fs 'principale\i' con una \ o più \ 'subordinata\e'.

L'unione avviene per mezzo di

FUNZIONALI SUBORDINANTI
o CONGIUNZIONI SUBORDINATIVE = Fs + X (+ X + …. ) .






X è il simbolo della espansione frase subordinata o dipendente


- Catullo scrive poesie ………………………. FRASE SEMPLICE

- Catullo è un poeta ………………………… FRASE SEMPLICE

- Catullo scrive poesie ed è un poeta ………….. FRASE COMPOSTA


- Catullo è un poeta e scrive poesie ……….….. FRASE COMPOSTA

- Catullo scrive poesie perché è un poeta …… FRASE COMPLESSA


- Catullo è un poeta perché scrive poesie …... FRASE COMPLESSA

Così sono complesse le frasi del tipo …

Catullo è un poeta quando \ se scrive poesie

= una proposizione principale unita ad una subordinata da una
congiunzione ( funzionale) subordinativa .



Le FRASI COMPOSTE e COMPLESSE hanno ALMENO DUE PREDICATI.



Es. a) Paul e John cantano.

Es. b) Paul scrive le parole e John compone la musica.



SOLO la SECONDA FRASE è' COMPOSTA, perché HA DUE PREDICATI (VERBALI, in questo caso). La prima frase è SEMPLICE perché LA CONGIUNZIONE unisce non DUE FRASI ma DUE NOMI. Il verbo della frase è uno ("cantano"), quindi la FRASE è UNA SOLA.
Sarebbe una frase SEMPLICE ANCHE SE DICESSIMO:

Paul, cantante dei beatles, e John, appartenente allo stesso "gruppo", cantano?
"Cantante" è participio presente.

Come "appartenente".
Quindi le due ESPANSIONI FRASI in cui si trovano i participi possono considerarsi RELATIVI (cantante = che canta - appartenete = che appartiene).
La frase, invece:

Paul giovane di Liverpool, e John, suo concittadino, cantano

- è SEMPLICE, perché "giovane" e "concittadino" sono due ESPANSIONI che fungono da apposizione/attributo.
Non sono verbi.
Quindi, le ESPANSIONI rendono complessa la frase solo se sono a loro volta dei VERBALI.

"Cantante" e "appartenente" possono anche essere considerati "participi sostantivati". In questo caso, sarebbe SEMPLICE ANCHE LA PRIMA FRASE ANALIZZATA.

Ma il fatto che almeno uno dei due participi possa essere "trasformato" ci consiglia di considerarla COMPLESSA.


9)
GLI " ALBERI " o STEMMI
(PHRASE MARKERS = INDICATORI DI FRASE) :




Esaminiamo queste due frasi.


a) Paolo e Maria leggono (GN + GN + GV) = Fs (frase semplice)
b) Marco studia ed è diligente (GN + GV + GV) (il 2° GV è V Aus. + P. vo
* (“Predicativo = Nome del Predicato”) = *’predicato nominale’) = Frase composta.
Schema n. 6
_________________Frase semplice (a)

GN GV


N F N V
Paolo e Maria leggono


_________________ Frase composta (b )



GN GV
N
G V2



V F V determinante o

modificante nominale



Marco studia ed è diligente
Nella frase (b) analizzata nel phraso marker (= indicatore di frase, perché rende visibile la struttura delle frasi e i rapporti logici grammaticali intercorrenti fra le "parole" ) il GV contiene due verbi:

un Predicato Verbale propriamente detto e un Determinante (o Modificante) Nominale, come si propone di denominarlo, chiamato anche ‘predicato nominale’.


Nella frase (a) la congiunzione (F=funzionale) ‘ e ’ lega due NOMI, che formano così un soggetto unico, composto.
Nella frase (b) la congiunzione ‘ e ’ lega due VERBI, quindi potenzialmente due FRASI, poiché due verbi indicano la presenza di due frasi, coordinate fra loro: risulta un verbo unico, ma COMPOSTO e DOPPIO.


9) LA SUBORDINAZIONE: la FRASE COMPLESSA:


Osserviamo il seguente enunciato:


mentre osservavo le stelle, non mi accorgevo di un gruppo di amici che passava .

Si tratta di una frase complessa, formata da tre enunciati, fusi o uniti tra loro:

- Mentre osservavo le stelle
- Non mi accorgevo di un gruppo di amici
- che passava


I concetti espressi dai tre enunciati sono collegati fra loro. Diciamo dunque che in una frase COMPLESSA ogni enunciato è rappresentato e sostenuto dal verbo, così che nel su interno l’insieme degli enunciati si relazioni in un rapporto di subordinazione alla frase principale.

La PREPOSIZIONE PRINCIPALE è detta anche "Reggente" perché è NECESSARIA per la completezza della frase intera. La SUBORDINATA è detta anche "Dipendente", perché si appoggia alla principale o da essa dipende (è una sua ESPANSIONE FRASE).

Se infatti dicessimo:
mentre osservavo le stelle
(Espansione Frase Temporale),

fermandoci qui, non avremmo una frase di senso compiuto: si tratta di una frase subordinata che si "appoggia" alla principale e la colloca in un determinato spazio temporale.

La Frase Principale (che se fosse sola sarebbe una Frase Semplice) è:

non mi accorgevo di un gruppo di amici …

Questa Frase Semplice (da sola) ha un SENSO COMPIUTO , e potrebbe stare anche da sola , senza l'altra ESPANSIONE FRASE che l'accompagna e l'arricchisce.

IL RAPPORTO DI SUBORDINAZIONE è stabilito da INDICATORI DI FUNZIONE GRAMMATICALE (congiunzioni subordinate).

Le CONGIUNZIONI SUBORDINATIVE, come si è già accennato, hanno quindi una funzione diversa da quelle COORDINATIVE.

Se dico, infatti:


piove - e - sono triste


I due concetti formano una FRASE COMPOSTA. ……Se dico, invece……


sono triste - perché- piove


I due enunciati formano una FRASE COMPLESSA, perché l'enunciato "perché piove" dipende dall'enunciato sono triste : è una ESPANSIONE, una ESPANSIONE FRASE, una proposizione subordinata (x) .

L'Indicatore di funzione che unisce questi due enunciati è, quindi, un SUBORDINATORE.



Prendiamo due enunciati: cammino…. sto bene….
Posso coordinare i due enunciati: …cammino e sto bene…


Formando così una frase composta.





Posso inoltre, introducendo un subordinatore, formare una
FRASE COMPLESSA,
in cui un enunciato (frase, proposizione) dipenda dall'altro in rapporti diversi (di fine, di causa, di tempo, etc…).




- cammino per stare bene/ mangio affinché stia bene/ mangio perché sto bene/ mangio quando sto bene….

LE FRASI SUBORDINATE, QUINDI, INTRODUCONO UN'IDEA CHE CONDIZIONA ARRICCHISCE, SPIEGA QUELLA DELLA FRASE PRINCIPALE.

Schema n. 7 FRASE COMPLESSA



Fs = PRINCIPALE o reggente
FRASE X = ESPANSIONE
FRASE SUBORDINATA



GN F GV

GN V
N
V
V
(io) leggo affinché (io) impari
“ “ per “ imparare
frase espansione finale_________________________
“ leggo perché “ imparo
“ “ giacché “ “
“ “ siccome “ “
frase espansione causale________________________
“ “ quando “ imparo
“ “ finché “ “ \ i
frase espansione temporale______________________
“ “ tanto \ così da “ imparare
“ “ in modo tale che “ impari
frase espansione consecutiva____________________
“ “ se “ imparo
“ “ a patto che “ impari
frase espansione condizionale___________________



Chiamando ‘X’ la frase espansione condizionale possiamo scrivere la seguente formula:



Frase complessa =GN+GV+X(+X+X…)





Nota:

la ‘frase espansione‘ può essere implicita se ha il verbo all’infinito, al participio o al gerundio, esplicita se ha invece il verbo all’indicativo, al congiuntivo o al condizionale.





SINTASSI DEL PERIODO:

LA FRASE SEMPLICE (Fs) può essere rappresentata con la formula :



Fs = GN + G V




Il GN è un insieme di parole che si appoggiano alla ‘parola centro’, a quella che indica il ‘protagonista’ della frase, il ‘soggetto’, mentre il GV è un insieme di parole che dipendono dal verbo.


Per esempio:


il cappotto di Antonino è molto bello

GN ESP V +Modificante Nominale
GN GV






La FRASE COMPLESSA è invece costituita da un enunciato principale e da uno dipendente (o subordinato), che rappresenteremo con una ' X '.

Ripetiamo la 'formula' della F. COMPLESSA = Fs + X.

Ricaviamone una frase complessa:



. . . . il portiere si lanciò sull'avversario per fermarlo

F complessa … … = ( Fs ) + ( . . X )




GN = il portiere
GV = si lanciò sull'avversario

Fs = GN + GV


Per fermarlo: frase espansione finale implicita

_ per = indicatore di funzione
_ fermare = verbale
_ lo = (quello) = GN = nominale

. . . . . e ancora:

• oggi non esco perché piove.
_ io = GN
_ oggi non esco = X (frase principale negativa)
_ perché piove = espansione frase causale esplicita (subordinata)

Nota: la SUBORDINATA può anche trovarsi prima della principale:
. . . quando piove, mi sento triste . . .


Frase complessa = X + GN + GV




*** Talora la FRASE ESPANSIONE SUBORDINATA

si trova inserita fra GN e GV:




. . . l'attore, per essere più chiaro, ripeté la battuta . . .





F. compl. = GN + X + GV





RIASSUMENDO :



Abbiamo tre tipi fondamentali di frase:



a) frase semplice: è detta anche 'indipendente', perché ha senso compiuto
Fs = GN + GV = . . . Luigi legge . . .

b) frase composta: è formata da più frasi semplici fra loro coordinate.
Fc = GN + GV + FUNZ. + GN + GV = . . . Luigi scrive e legge . . .

c) frase complessa: è formata da una proposizione principale (Fs) e da una
espansione frase ( proposizione subordinata ).



Fc = GN + GV + X = . . . Mara legge il giornale mentre Luigi dipinge . . .
Fc = X + GN + GV = . . . Mentre Luigi dipinge, Mara legge il giornale . . .
Fc = GN + X + GV = . . . Mara, mentre Luigi dipinge, legge il giornale . . .



I tipi più frequenti di SUBORDINATE
(FRASE ESPANSIONE)
sono i seguenti:



FRASE ESPANSIONE SOGGETTIVA, FINALE, CAUSALE,, CONCESSIVA, TEMPORALE, INTERROGATIVA, CONSECUTIVA, CONDIZIONALE, COMPARATIVA, RELATIVA.




In genere la FRASE ESPANSIONE SUBORDINATA prende il nome dalla congiunzione indicatore di funzione (FUNZIONALE ) che la introduce.




*** LE TRASFORMAZIONI :




scriviamo una frase semplice:



…. Gli uomini amano la giustizia ….



È' una frase "DICHIARATIVA".


Enuncia un fatto che può essere o non essere vero e tuttavia viene presentato come un dato di fatto.

In questa FRASE BASE, frase di partenza, possiamo applicare le seguenti TRASFORMAZIONI:



INTERROGATIVA (NEGATIVA)
* DICHIARATIVA
ESCLAMATIVA (PASSSIVA)
o ESPOSITIVA
IMPERATIVA (ENFATICA)




Lo specchietto indica che posso rendere la frase base:





* Interrogativa: Gli uomini amano la giustizia?
* Esclamativa: Gli uomini amano la giustizia!
* Imperativa: Gli uomini amino la giustizia!- Uomini! Amate la giustizia!




Ognuna di queste "trasformazioni" può essere resa:



** Negativa:
Gli uomini non amano la giustizia.
(Forse che ) gli uomini non amano la giustizia?
gli uomini non amano la giustizia!
gli uomini non amino la giustizia! (uomini! Non amate la giustizia!)


…. : passiva

*** la giustizia non è amata (oppure: è amata) dagli uomini
(forse che) la giustizia è amata (o: non è amata) dagli uomini ?
La giustizia non (o: è) è amata dagli uomini !
La giustizia non sia (o: sia) amata dagli uomini !


…. : enfatica

**** la giustizia, gli uomini la amano ( o: non la amano )
la giustizia, la amano gli uomini? ( o: non la amano gli uomini?)
la giustizia, gli uomini non la amano! (o:la amano!)
la giustizia, la (o:non la) amino gli uomini!




*****
Quindi le trasformazioni ‘interrogativa, esclamativa e imperativa’ operano su di una frase\base dichiarativa. A queste poi si aggiungono, con innumerevoli combinazioni possibili, le trasformazioni ‘negativa, passiva e enfatica’.






***
Grosseto, 19 settembre 2008_____

Gennaro di Jacovo


§
Korr
IV piN MMIIX
§ §§



Nel 1996 dopo una vicenda scolastica prevedibile e tuttavia improvvisa... fu assegnato come Coordinatore delle Biblioteche distrettuali al Distretto 37 in Orbetello GR.

Aveva svolto mansioni di volontariato, fino a che gli impegni di famiglia lo avevano permesso. e quando era preside personalmente si recava nell'ospedale San Giovanni di Dio in Orbetello, ove diversi infermieri ed infermiere erano stati\e suoi Alunni, per concordare con i Medici lezioni sanitarie per le classi ultime del Liceo, come la legge prevede.
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La sua classe di insegnamento di latino e greco era stata soppressa anni prima e si vide costretto a cambiare classe ed a passare al Linguistico, senza che nessuno considerasse che per lui c'era una cattedra libera al Ginnasio.
Lasciare l'insegnamento del Greco non era una comodità, ma un rischio, perché avrebbe perso l’ esperienza e la professionalità .
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Passò da Latino Greco a Italiano Storia, materie che insegnava all’inizio della sua attività docente e per tre anni continuò a viaggiare fra Grosseto, Orbetello e Marina di Grosseto, prima San Rocco ... un Santo caro alla famiglia di sua madre, dopo due anni di attività distrettuale bibliotecaria molto intensa e con mezzi assolutamente inadeguati (computers abbandonati o smessi da altri Uffici).

Era autore della Carta dei Diritti e dei Doveri nella Scuola dopo aver ricevuto l'incoraggiamento di Piero Cattaneo, nel '96 collaboratore del Ministero PI, e della Tecnica della Scuola.
Tuttavia solo nel 2001, il 4 novembre, gli venne riconosciuto giuridicamente in 115 ore il suo impegno di lavoro.

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E’comunque la Biblioteca che dobbiamo considerare la Madre della Scuola, della Letteratura, del Sapere.
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La sua caratteristica era stata sempre quella di non aver fatto assenze, eccetto quando spinto quasi dalla stessa scuola.
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Da un accurato calcolo, negli ultimi dieci anni di biblioteca a Grosseto ho svolto almeno 1.897 ore in più, non retribuite come straordinario, nello svolgimento delle trentasei \ 36 ore settimanali.
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Si dichiara a disposizione di tutti quelli che lavorano nelle Biblioteche, specie Scolastiche, dopo aver acquisito una certa esperienza anche nell'uso delle catalogazioni informatiche.
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Le sue esperienze scolastiche sono
leggibili a:

http://fouroses.blogspot.com/

http://huayuang.blogspot.com/

http://donapaideia.blogspot.com

www.pietrabbondante.com

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http://it.wikibooks.org/wiki/Utente:Gennaro_di_Jacovo

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Polilitio

Dreamroom
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Polilitio

§ Polben

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29 2 08
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Rosetum, venerdì 18 dicembre 2006

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Gennaro di Jacovo


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Polilitio


Xanta di Dream room

Argos&Ruphus Editori


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In fondo al libro su un paese immaginario e indimenticabile, Polilitio, sono riportate alcune lettere in latino per Karol Wojtila e il Suo Successore, Benedetto XVI, in rispetto ad un desiderio di Antonino.

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§ ... Sulla montagna e fra le morge era salita lentamente una nebbia grigia e umida che nascondeva le case e rendeva il paese biancastro e vago nella luce del crepuscolo.

Si sentiva in lontananza un cane che abbaiava.

Era Max il grosso cane di Don Michele che chiamava il suo padrone, il parroco di Polilitio, o Rosa, sua madre, piccola e minuta ma dotata d’una volontà forte e d’un carattere di ferro.

Fra poco sarebbe stata ora di cena.

Sopra le fornacelle Mamma Berenice aveva messo da tempo ... foglia di cavolo nero ben lessate a rosolarsi con l’olio, l’aglio ed il sale.

A parte aveva cotto una tonda focaccia di grandigno, il mais delle campagne del paese, e fra poco avrebbe sframmicato la 'pizzagrandign' calda e croccante nella verdura, mischiando le patate per preparare la mbaniccia, il piatto tipico della zona.

Un piatto di mbaniccia, o ... 'fogliapataneppizza', oppure occasionalmente na tjella d skatton prima della tradizionale pasta aglio e oglio, al sugo, o assluta, ossia senza condimento, era un toccasana per quelle umide giornate di nebbia e di pioggia sottile.

§§§

Nella bottega paterna Rocco guardava la pioggerella scendere fitta e si sentiva struggere.

Non poteva restare lì con quella gente in un paese piovoso e nebbioso, k unc misc d fridd e un d frisk, con undici mesi di freddo e uno di fresco, come aveva osservato una volta uno di Napoli, a lavorare in una bottega d’orafo, col padre e la madre ormai vecchi, quando c’erano tante cose da vedere, da assaggiare, da conoscere.

Il fratello era già andato via, prima per vivere la sua vita di universitario, poi impegnato dalla guerra e infine a Roma, con la sua attività di avvocato, la sua famiglia nella villa dei Parioli.

Le sorelle erano in America.

Nessuno della sua famiglia aveva potuto vivere in quella terra, come per effetto di una volontà di avvicinamento ad altri contesti, come per una fatale dispersione.

Qualcosa spingeva lontano la nave dei progetti dei figli di quella grande famiglia, ma questo accadeva solo da una generazione.

Rocco salì in cucina per la scaletta di legno che dava nel corridoio.

Attizzò il fuoco, poi assaggiò la verdura e si complimentò con la mamma.

Quando arrivò suo padre, si accomodarono a tavola.

‘Papà, disse Rocco, devo andar via da questo paese.
Qui per me c’è poco da fare ...’

‘Ma come ... ci sono le Terre, il bosco e l’oreficeria ...
Possiamo lavorare insieme e tu puoi costruirti una famiglia, qui, a Polilitio ...’

‘No, papà ... andrò a Roma. Mi basterà avere da te il denaro necessario per avviare l’attività.
La stessa cosa mi sembra hai fatto per le mie due sorelle partite per l’America.

Una volta avviata l’attività, vedrai che tornerò a trovarti.
Andrò a Roma, da mio fratello.
Abiterò a casa sua.
Vedrai che tutto andrà bene ...’

‘E ci lascerai soli, qui in paese.
Di tanti figli, non resterà nessuno qui con me ...’

‘Vi resterà Ines. Lei non se ne andrà.
Presto anzi potrà sposarsi con Antonino.
Si sono conosciuti da poco.
Credo proprio di essere stato io a presentarli.
Nasceranno dei figli e vedrete che non sarete soli’.

‘E quando te ne andrai, Rocco?’

Resterò qui per una settimana, poi andrò a Roma’.

In quel momento entrò Ines e prese posto a tavola.

§§§

Non sapeva che il suo fratello prediletto si stava occupando e preoccupando per il suo futuro.
Per ora soltando sottoponendo il padre ad un serio, ennesimo impegno economico per provvedere alla partenza del figlio più giovane.

Terminato il pranzo ognuno tornò alle ordinarie occupazioni.

Ormai la notte era scesa sul piccolo paese pieno di sassi, di rocce, tanto che avresti detto che anche la carne, le ossa e l’anima, se ne hanno gli umani, erano di sasso.

Alla domanda ‘come stai?’, si usava spesso rispondere ‘come n’ zzass ...’.
Come un sasso, per dire: benone.

Gente speciale, quella di Polilitio.
Austera, arcigna e rude.


Silenziosa e testarda, poco incline all’ attività della lingua e più a quella della memoria, poco amante della polemica e del cicaleccio del pettegolezzo, che gli psichiatri oggi, non sapendo più cosa consigliare e quasi dove sbattere la testa, rivalutano.


Era scarso il pane e ancora di più il companatico in quelle terre, ma a casa di Rocco certo non mancava nulla.

Eppure, la mamma ed il babbo erano generosi con tutti, non si comportavano come tangheri o come spilorci.


Erano generosi, e nessuno usciva più povero dalla loro casa nel cuore del paese antico.

Le terre erano concesse ai parzonauoli, ai fittavoli, senza balzelli esosi, anzi, si concedeva loro gran parte del raccolto, come se coltivando le terre dei Colli alleviassero le preoccupazioni dei prorpietari e solo per questo meritassero un qualche premio speciale.

In paese le case erano ammassate lungo stradette strette e in salita, con una stalla, sotto la cucina, ove dimoravano somaro e maiale.
Gli animali vivevano in simbiosi con l’uomo e si sacrificavano con lui e per lui.
Il somaro quotidianamente, lavorando e trasportando pesi e legna, frumento e gerle, sacchi ed otri, il maiale compiva un solo sacrificio, immolandosi e facendosi uccidere per fornire alimento per molti mesi.

Al piano terreno della casa di Rocco, figlio di Berenice e Donatello, non c’erano maiali e somari.
C’era una cantina dalla volta a botte, che serviva da ripostiglio e legnaia, con un pozzo per il drenaggio delle acque sotterranee.

E c’era un laboratorio per le attività orafe, la bottega e la banca.


L’inverno passava lento e gelido fra quelle montagne del Matese, con il rotondo monte Caraceno ed il suo piccolo gemello, il Collavalle.


Le nevicate più intense arrivavano a Gennaio, ma poteva succedere anche prima.


Il vento freddo del nord cominciava a soffiare a Ottobre, se non prima, e spazzava le vie sollevando polvere.
La neve cadeva all’inizio dell’anno ed il vento la plasmava senza darle tregua, come nel deserto il Ghibli con le dune.
Si creavano refole nei posti più imprevedibili, chiudendo le porte e le finestre a pianterreno.

In altri punti non c’era neve, ma un pulviscolo ghiacciato che si muoveva col vento su un terreno rigido, secco, gelato.

***
*
Gennaio era il mese della socializzazione.

Le famiglie scannavano il maiale ed era tutto un invito a cena, con piatti grassi e saporiti a base di carne.

Un gruppo di uomini nerboruti afferrava l’animale vittima dell’appetito dell’uomo e lo coricava su una grossa graticola.

L’esperto dello sgozzamento provvedeva a forare la gola del maiale, che urlava dispetatamente e si dibatteva forsennatamente, fino a quando non si fermava, privo del sangue che nel frattempo una buona donna aveva raccolto in una conca di rame.

Questo sarebbe poi servito per il sanguinaccio, una spècie di cioccolata dolce più o meno aromatizzata a seconda dei gusti con uvetta, chiodi di garofano.

Il maiale, che cristianamente così dava la vita per i suoi amici dal volto umano dimostrando chi è davvero capace dell’amore più grande, in poco tempo era aperto, sezionato, diviso in numerose parti funzionalmente affini.

Addirittura già di facevano le prime salcicce, a lunghe volute, da appendere a volute alle pertiche.

Erano le chiecate, le piegate.

Il guanciale, tenero e assai ricco di grasso, veniva cotto lentamente in un paiolo, dopo essere stato tagliato a cubi.

Veniva poi consumato con molti sottaceti, per antipasto, mentra il grasso gelava nei piatti nella case fredde ma riscaldate dalle calorie abbondanti, dal vino aspro di quei sanniti pentri e dal buonumore.

Tutto questo durava anche l’intero inverno, fino a febbraio, ma certamente si adoperavano per queste cene solamente le parti meno facilmente conservabili del buon animale.

Il resto doveva servire tutto l’anno.
La sugna, con le particelle di salsiccia, la ventresca, prosciutti e spalla, le chiecate delle salsicce e il lardo.

Così, se è vero quel che dice un saggio filosofo, che l’uomo è ciò che mangia, e se il disprezzo che spesso gli uomini hanno per i veri amici è solo una panosa maschera capace di coprire viltà e debolezza, l’amico maiale passava la vita abitando prima nella parte inferiore delle case, scaldandola, poi passava a quella superiore, fino a diventare carne della carne del suo così possessivo ospite, donandogli vita e nutrimento essenziali.

Si può mangiare tranquillamente un amico così grande senza disprezzarlo un po’, senza deriderlo e canzorarlo ogni giorno, senza inchiodarlo ad una grata e sacrificarlo, pur fra le sue giuste proteste, perché la vita è bella, anche in una stalla, con un somaro e gli avanzi per cena?

Il disprezzo e la derisione permettono all’uomo di distruggere, di uccidere senza provare senso di colpa.
Il senso di colpa logora, produce patologie psicosomatiche e rende la vita tediosa o addirittura insopportabile.

Sapere invece che un individuo è fuori dagli schemi, in qualche modo ‘strano’, anche se abita con noi, anche se è fondamentalmente innocuo, utile, aiuta l’uomo ad eliminarlo e persino a cibarsene.

Salvo poi a sostituirlo per ripetere il rito ipocrita e tragico.



La storia del maiale, e fondamentalmente d’ogni amico dell’uomo, è quella dell’eroe tragico nel dramma del teatro greco classico.

E’ quella dell’eroe tipico dell’antico e recente mito, vittima dell’inganno e della perfidia di qualche parente dei genitori più che della colpa dei genitori, veri ‘parentes’.



Nessuno fra gli studiosi della psiche, che si sono accaniti sulla figura della mater e del pater, ha considerato cosa mai combinano i parenti prossimi di questi nelle vicende tragiche.


***

Poi, alla fine di Febbraio, passato carnevale con le torme di ragazzi mascherati con vestiti smessi che giravano per le case cercando cibo e dolci o frutta secca, si entrava con Marzo nel periodo precedente la primavera.

Nelle dispense restavano un po’ di grappoli di uva messa a conservarsi appesa alle pertiche, mele, noci e fichi.

L’inverno aveva indotto a consumare molte delle provviste vegetali.


L’amico maiale ancora era in buona parte appeso al soffitto, più secco e dimagrito, ma saporito più che mai.

Su, nel belvedere, dove si vedeva quasi tutta la regione, dalla parte montana fino a Campobasso, il sole cominciava ad essere caldo fin nella tarda mattinata e nel pomeriggio era possibile sostarvi gradevolmente.

In quelle giornate Rocco si incontrava con i suo amici del paese.

Avevano progettato di far preparare un terreno adatto, perché pianeggiante e protetto dal costone del monte, per farvi impiantare un campo da tennis.


Il posto era vicino alla stazione del trenino che collegava Polilitio a Lupone.

Le sue racchette erano d’ottima fattura, di legno chiaro con le corde d’agnello.


***


Un altro animale che si sacrificava per le umane attività questa volta ludiche.


A Maggio il campo sarebbe stato pronto.


Nel frattempo erano vivaci le attività che i giovani intraprendevano per vincere la noia della vita di paese.



Il teatro era la risorsa più considerevole, poi c’era lo sport.

C’era un gruppo di giovani che si dedicava alla costruzione di grossi modelli di aerei, con elica a molla, capaci di volare dalla località delle Croci fino al Collavalle.


Era la zona usata d’inverno per le sciate con sci di legno e attacchi arrangiati spesso con mezzi improvvisati, ma non privi d’una qualche geniale soluzione.




Tra questi giovani ce n’era uno particolarmente entusiasta ed attivo, lo avevano soprannominato l’Uomo, perché lui stesso si era scherzosamente definito così in una poesia.




Aveva fatto il Liceo, quello di Campobasso, e si era diplomato ottimamente.


Adesso aspettava e cercava un’occasione di lavoro.

Aveva presentato alcune domande come segretario comunale.

Più tardi avrebbe voluto laurearsi in legge.


Il suo nome era Antonino.



Il padre, Luigi, e la madre, Giovanna Battista, avevano messo al mondo numerosi figli.
Lui era il primogenito.

I fratelli e le sorelle erano assai legati a lui, che da parte sua ricambiava sinceramente tutto il loro affetto.

L’estate era particolarmente bella e calda.
Dall’alto del paese, all’ombra delle morge, si dominava l’alto Molise.

Il grano imbiondiva e ondeggiava come un mare giallo al vento.
Al fiume, l’uva cominciava a spuntare, le ciliegie scurivano, le piccole mele succose maturavano, le amarene e le cotogne con loro.
I ragazzi invadevano gli orti per coglierle.

Nessuno li scacciava.

Era come se quella frutta fosse cresciuta non solo per i proprie- tari dei terreni.
Le stesse recinzioni erano spesso assenti o molto male assortite.

I gelsi erano la preda più saporita e difficile.


Il loro frutto, rassembrato alle mbriqla, ossia alle more, macchaiava le mani, quando il frutto era scuro, e quel colore fastidioso, indice tra l’altro della mancanza compiuta, si toglieva solo accendendo degli zolfanelli fra le mani chiuse a cupola.

Per questo per cogliere quel frutto era necessario munirsi nella cucina di casa di una piccola ma adeguata quantità di fiammiferi.

Accendendo la fiammella, lo zolfo faceva impallidire il color magenta scuro, e così spariva un indizio che avrebbe procurato rimproveri ai ragazzi emuli di Agostino di Ippona, che da bambino, come lui stesso racconta nelle Confessiones, rubò in un orto delle pere, e non dei gelsi, che in mancanza dell’espediente degli zolfanelli gli avrebbero evitato il rimorso ed il conseguente pentimento rendendo manifesto il suo piccolo furto, prima che si trasformasse in
un ricordo molesto d’una piccola ma fastidiosa mancanza di autocontrollo.

Tonino era ormai fuori dall’età delle scorribande negli orti d’estate.
Aveva da poco lasciato il Mario Pagano, il collegio dove aveva frequentato il liceo classico.

Aveva ancora nella mente i racconti di Tacito, di Tito Livio, di Erodoto e di Tucidide, le favole di Esopo e Fedro, i versi di Lucrezio, Catullo e Archiloco, la battaglie degli eroi omerici e le avventure di Ulisse con Penelope, Argo, Telemaco e i Ciclopi, quando era tornato nel suo paese carissimo, un tempo popolato dai Pentri, dai Caraceni, tribù dei Sanniti, rivali delle popolazioni latine per il possesso delle pianure campane, fertili e grasse.

I Sanniti avevano dovuto cedere alla organizzazione militare, alla determinata ferocia dei Romani.
Gli abitatori della arrogante Urbe, inventori di ossimori quali
‘ … summum jus, summa injuria … ‘, imposero la loro dura pax romana.

***

Ma a conti fatti, dopo tanti secoli, di Roma restavano le rovine, mal conservate dagli eredi attuali dei romani per nulla Romani, mentre dei Sanniti restavano degli esempi radiosi per virtù e amore della propria gente, della propria terra e in definitiva d’ogni gente, d’ogni terra.

Qualche sannita restava, insomma, sulle alture di Polilitio, mentre nessun romano invece era più possibile trovare, nemmeno a Roma.

E Tonino era davvero un sannita.

Amava la sua famiglia numerosa.
Era il primogenito.

Amava anche lo sport.
Il calcio, lo sci ed il nuoto.

Quest’ultimo avrebbe soprattutto praticato in India, prigioniero degli inglesi, sulla fine della guerra fra alleati e italo tedeschi.

Sua grande passione era la bicicletta, che provvedeva a tonificare la muscolatura in qualsiasi stagione dell’anno.

Lo sci ed il nuoto erano praticabili solo in determinate stagioni dell’anno e richiedevano una serie di particolari attività preparatorie.

Le strade erano sterrate, polverose, ma nemmeno si prevedeva cosa potesse essere l’asfalto, e quindi si accettava la situazione per com’era.

Le salite erano forti, a tratti durissime.

Ma poter disporre d’una bici da corsa come quella di Girardengo o di Binda era allora il massimo.

Voleva dire riuscire ad evitare di camminare a piedi, lentissimamente, riempiendo i piedi di polvere bianca, provare in un certo modo l’emozione di moltiplicare la propria forza muovendosi con un geniale leggerissimo sistema motore fatto di due pedali, una moltiplica, una catena snodabile, privo di complicati congegni e senza consumare combustibile.


La sua bici non aveva marce, ma un solo rapporto, durissimo.

Abitava in una casa sotto il Monte Caraceno, in cima ad una breve e ripida salita.




Un giorno avrebbe lasciato quella piccola casa per una ben più grande, persino troppo, ai piedi di Corso Sannitico, quando si sarebbe sposato, in un lontano dicembre, dopo la guerra mondiale.










g ****
La nostra biblioteca





Sei sempre stato amante dei miei libri
e delle buone letture o faticose che facevo
nella casa del mare … parva sed apta tibi




sedevo per interi pomeriggi
e tu mi facevi compagnia
sdraiandoti nella piccola branda sotto lo scrittoio
come un precettore paziente:
mi vegliavi fino alle ore della notte
e qualche volta uscivamo in quelle ore buie
a contare le stelle lontane fredde e belle …



Mi manchi e dal vetro del grande corridoio
accanto alla nostra biblioteca guardo la luce fioca
della tua ultima casa
ed è come se il tuo grande Spirito fosse sempre con me
e la tua forza sostenesse il collare amaranto
che ti ho comprato l’estate passata
e che metto al mio collo ogni tanto



perché sarò il tuo cane umile e fedele
e tu sarai per sempre il mio pastore:


portami tu lontano
tirami forte ancora con la tua grande mano

sostienimi bene sopra le tue braccia
come facevo io con te
quando eri piccolissimo
e ti portavo in collo
nel paese del mare

dove per tanti anni
hanno sorriso ai nostri sogni.





Dormi adesso
mio caro pastore
e assai veloci passeranno le ore
come un tempo sorvegli
che io lavori
che io legga e che scriva

aspettando che venga il giorno
che lasciati i miei libri io ti ritrovi
sorveglia questa stanza colma di volumi


***


amico mio di sempre
mentre io leggo vedo ancora la tua culla
se tu sei qui per me non mancherò di nulla


Il cane di Don Michele era enorme, nero, possente, e data la sua stazza a volte ne combinava di cotte e di crude.

Il parroco, che quanto a mole non scherzava certo, lo chiamava Vuojra, Borea, il freddo e impetuoso vento dei mesi dell’inverno.
E l’ inverno era davvero aspro, lungo e freddo a Polilitio.
Già a settembre si avvertiva un’aria fresca, che diventava fredda a ottobre, man mano che arrivava novembre, pieno di nebbia e d’una pioggerella uggiosa.

I contadini fra settembre e ottobre svinavano, nelle vigne al fiume, presso il Verrino e il Trigno, dove i fiumi si allargavano in ampi meandri pianeggianti e ghiaiosi ed il clima era sensibilmente più mite.
Ne ricavavano un vino scuro piuttosto aspro, duro come le morge ed un bianco altrettanto deciso.

Non erano certo prodotti enologici all’altezza di certi vini toscani o piemontesi, pugliesi o siciliani, ma i produttori polilitici ne andavano orgogliosi, come se fosse vino della vite stessa dei figli di Noè.
La vendemmia spesso si trasformava in cerimonie dionisiache, con pranzi a base di maltagliati al sugo di carne di maiale, ossia fatto con le salsicce conservate nella sugna, che potevano conservarsi fino a ottobre, oppure con ventresca, sopressate e caciocavallo, pane saporitissimo dall’aspetto di grandi pagnotte da tagliare a grandi fette abbracciandolo e stringendolo bene al petto, tanto che le donne ne erano tutte infarinate, frutta fresca, fichi e uva della vigna e grande euforia.

Una euforia controllata e quasi d’ufficio, visto che tutto era finalizzato ad un lavoro di raccolta comune, pulizia dei recipienti, spremitura dell’uva e preparazione del fuoco per la cottura lenta e meticolosa del mosto.
Un errore anche leggero poteva costare caro.
Tutti quelli che hanno a che fare a qualsiasi livello con Dioniso sanno che con lui non si scende a patti ingaggiando una lotta frontale, in cui lui sarebbe decisamente vincitore.
Con Dioniso vale il motto: poco o niente.
Chi non sa dosare il poco, è bene che si fermi al niente.
Dopotutto il vino, e i suoi fratelli, sono stati inventati per chi sa conservarne troppo e usarne poco, temendone gli effetti in caso di abuso.
Non sono stati inventati invece per quelli che, riconoscendone l’intrinseca ambigua pericolosità, vogliono distruggerne grosse quantità trangugiandolo come acqua di fonte.

Il primo è un atteggiamento philantropico rivolto a se stessi, è autophilantropismo, il secondo è vero, eroico, santo philantropismo spinto fino all’autolesionismo, all’autodistruzione.

Quando poi finiva ottobre, e le sue ottobrate, con cielo sereno e raggi di sole che ancora illuminavano le giornate, arrivavano le umide giornate di novembre.

La prima neve poteva cadere già, ma in genere se ne parlava a dicembre, quando gli abitanti del paese erano pronti ed equipaggiati per poter affrontare il cuore dell’inverno.

Natale arrivava alla fine di dicembre e vedeva il paese, con le sue luci fioche e le case sovrastate dal fumo azzurro della legna di quercia, di leccio, di faggio e d’abete, coperto di neve candida e gelida, caduta e non ancora trasformata dalla borea in dune variegate, spesso addossate alle case fino a chiuderne porte e finestre.

A dicembre la neve era frolla, morbida, potevi affondare fino alla cintola, e camminarci o saltarci sopra.
I ragazzi si divertivano a fare cose del genere.
La neve attutiva i rumori, le cadute non erano necessariamente rovinose e catastrofiche, perché improvvisate e realizzate con criptata perizia, senza la malizia e la violenza degli impatti dovuti alla velocità eccessiva.

Antonino amava l’inverno, la neve, il vento, le dune di neve e le tempeste di vento e nevischio, l refr e r vldrizz.


Nelle sere invernali, quando il fuoco avvampava sotto lo stimolo dell’attizzatoio, del soffiatoio, d r scssciatùr, e i tizzoni ardenti crollavano in una tempesta rossa e bianca di fuoco, con mille scintille, chiamate vecchie, che si precipitavano su per il camino rischiando di incendiare la fuliggine, i giovani del paese, alla luce d’una lampada a petrolio o acetilene, o d’una candela, d n croggn, prendevano da un ripostiglio le stecche di legno preparate per tempo.

Erano di legno d’abete, bianco e tenero.
Ne bagnavano la punta nell’acqua perennemente calda del cotturo, r kttur, sempre a disposizione e appeso ad una catena sul fuoco vivo, senza farsi vedere perchè quell’acqua era preziosa per altri usi, magari per cuocere le taccozze, o tacconelle, takkwnèll, speciale pasta all’uovo tagliata a quadrati, da gettare uno per uno sul bollore vivo dell’acqua, o la polenta, o qualsiasi altra cosa da lessare, e poi piano, per non spezzarlo, piegavano il legno in punta, fino ad ottenere la giusta curvatura.


Così, in casa, si preparavano gli sci, con legno rimediato da un falegname generoso, e magari già piallato, rifinito poi in casa, certo non sempre da mani assolutamente esperte.

La punta non sempre risultava curvata a dovere.

Ma erano gli attacchi la parte più vulnerabile.

Spesso erano male assortiti, con filo di ferro ed altro materiale rimediato alla meglio.
Ma sulla discesa dalla strada del ponte ventotto fino al Colle a Valle, dove il pendio non era nemmeno tanto ripido, c’erano proprio tutti, i ragazzi di Polilitio.

E si sciava prima sulla neve frolla, fino a quando questa non diventava capace di reggere il peso dello sciatore, facendosi soccia, poi anche sul ghiaccio, quando dopo qualche giorno e qualche squagliata dovuta al sole la superficie della pista non ghiacciava, rendendo la velocità più sostenuta.


La risalita si faceva a piedi, procedendo di fianco o a spina di pesce.
Non esistevano assolutamente impianti di risalita, nè ve ne saranno nel futuro, quando i giovani perderanno l’abitudine di inventarsi uno sport dal cielo, dal nulla, dalla neve e dal vento.




Quando il sole tramontava, si correva a casa, a riporre sci e slitte, zlitte.

Così passava l’inverno, fra questi passatempi sani, che univano il gioco all’esercizio fisico, il divertimento sportivo al lavoro, all’industriosità della costruzione degli strumenti stessi del gioco.

Nelle case gli attrezzi, gli utensili, i pochi giocattoli, spesso costruiti dagli stessi ragazzi o dai genitori, con l’aiuti degli artigiani, erano di legno, come le slitte, gli sci, le carrozze usate nella bella stagione.

Il metallo era presente come rafforzatore di giunti, come garante della scorrevolezza delle ruote, come fibbia e contenitore.



****





Ci fu però un inverno diverso da quelli abituali.

Dopo natale, che trascorse senza neve e senza il consueto freddo, venne un mese di gennaio dal cielo sereno e limpido con un sole tiepido, primaverile di giorno, tanto che il giovani del paese, smesse le slitte, lasciati gli sci negli abbaini, si riversavano nelle strade a giocare con gli espedienti poveri e ingegnosi di allora.

***

Cerchi di bicicletta da far girare con un bastone, carrozze di legno fatte di scatole e pezzi di legno, fionde.

C’era poi la lippa, i quattro cantoni.


Si giocava fino a tardi, la sera, come fosse estate.

***

Era una stagione assolutamente fuori della norma, un tempo sereno e mite che precedeva un’epoca fosca e drammatica, che stava per sopraggiungere in seguito ad un periodo di quasi militaresco letargo e che seguiva la grande guerra.




Una primavera irreale e fuori dal tempo permetteva intanto ai ragazzi di Polilitio di divertirsi con i loro giochi ingenui nelle campagne silenziose e illuminate a tratti da una luna bianca e muta, cheta come gli animali, dormienti nei loro giacigli e nelle loro tane, in quelle tiepide e inconsuete notti di gennaio.



****


Quando avevano limite i giochi, dormivano i giovani dentro le case sicure, con i parenti sereni, prima incuriositi da quell’evento dato da una primavera caduta nel cuore dell’inverno.

Dormivano le montagne e i colli, gli abeti e i pini, le querce e gli olmi, i cerri e gli arbusti.

Dormivano placidi gli animali nelle loro tane, nelle stalle, raggomitolati e caldi nelle loro pellicce sapienti nate per conservare il tesoro del calore.

Sognavano, sognavano, sognavano.

Sognavano i giovani la felicità e l’amore, una vita luminosa, non il successo e neppura la ricchezza, ma l’abbondanza dei mezzi, la capacità di risoluzione d’ogni avversità e problema.

Sognavano le ragazze la sicurezza e la tranquillità d’una vita senza dolore, d’una vita piena di gente felice, di feste, così rare a quei tempi di rigore, di povertà, di privazione.

Ma quelli erano anche tempi di sincerità e di lealtà, d’una felicità acquistata con il sacrificio e la rassegnazione, che non era resa, ma rinuncia e sopportazione in attesa dell’arrivo della soddisfazione dei desideri.

Sognavano gli animali una vita meno piena di paura, un avvenire più soddisfacente.
Ogni giorno per loro era come l’ultimo.
Non avevano garanzie, ma la speranza e la coscienza dell’appartenenza alla vita complessiva, che possedevano in pieno, dava loro la forza necessaria per vivere, per difendersi, per procurarsi il sostentamento.

Sognavano tutte le cose e tutte le case, gli alberi e i monti, la terra, l’erba e le piante tutte, il cielo e la luna, gli oggetti cari delle case.
La tina col maniero, la catena del fuoco e il cotturo, le sedie e la tavola della cucina, la legna da ardere, i vestiti.
Sognavano la gente che sentivano vicina di giorno, le loro voci, gli umori e gli odori, sognavano tante cose, anche l’amore e il benessere e speravano di realizzare i loro desideri.

Nella grande casa di Rocco dormivano le stanze già quasi tutte vuote.
Marta e Clio erano in America, con i mariti.
Il fratello maggiore, Giacomo, era andato a Roma.
Rocco si preparava ad andarsene.
Era ormai questione di giorni.

***

Un pomeriggio di qualche tempo prima, durante un novembre piovoso, Rocco si era soffermato accanto alla finestra della bottega.

Il vano serviva da negozio di oreficeria e da banca.

Era di dimensioni non grandi, con mobili confortevoli e funzionali in legno, con una scala sempre di legno che si inerpicava fino a raggiungere, attraverso un pertugio alquanto stratto, il piano superiore della grande casa.

Rocco guardava la strada grigia, umida, il selciato di grossi sassi tondeggianti umido d’acqua piovana, la casa di fronte come un muro di tristezza scalcinata e si sentiva invadere da un vuoto sentimento che era in effetti un’ assenza di sentimenti, a dire il vero.


Eppure era un sentimento di assenza e di morte, di tristezza e di squallore.
Era come se il suo paese, il caro Polilitio, non potesse più fornirgli sentimenti, sensazioni gradevoli, sorrisi e divertimenti, ma solo preoccupazioni e tedio, tedio senza scampo.

Quel giorno Rocco provò quasi una sensazione di terrore, come se fosse circondato dalle mura alte d’un carcere da cui assolutamente dovesse evadere.
Fu allora che decise di andarsene, di lasciare i padre e la madre per raggiungere Giacomo nella capitale.
Frattanto il tempo galoppava, pur nelle difficoltà della vita sembrava che corresse forsennatamente.


Max, Il grande cane nero di don Michele pareva diventare più grande e più forte ogni anno che passava.

Ettore e Leandro, i nipoti dell’arciprete, ne erano come i custodi.


Ettore, il fratello maggiore, era stato alpino durante la Grande Guerra ed aveva imparato nel Veneto ad amare le grandi montagne delle Alpi.

Avevavo un altro fratello, Angelo, che studiava legge a Napoli, era una specie di genio e frequentava il salotto di Benedetto Croce il mercoledì.
In quel giorno si riunivano nella casa del filosofo liberale i giovani più promettenti della cultura partenopea, per discutere e parlare delle loro idee, dei loro progetti letterari e intellettuali.

Fra questi, Angelo.
Il fratello Leandro studiava medicina sempre a Napoli, con risultati eccellenti.

Il salto da Polilitio a Napoli era notevole.
Il piccolo paese molisano era silenzioso, quasi sonnacchioso, immerso in autunno e d’inverno in una nebbiolina azzurrognola provocata dalla legna che bruciava nei camini.

La città campana invece brulicava di rumori, di voci e di una variopinta vita che pareva non dovere esaurirsi mai.

Il carattere dei napoletani, poi, vitale e chiassoso aumentava la vitalità quasi esasperata della metropoli.

Le strade strette piene di botteghe d’ogni genere, lastricate di grossi blocchi sbozzati dagli scalpellini, piene di gente vociante, favorivano lo scambio di sguardi, parole, impressioni, insomma il contatto comunicativo fra i passanti.

Un pomeriggio di febbraio giunse un cablogramma all’ufficio postale di Polilitio.
Angelo si era ammalato gravemente pochi giorni prima, era rapidamente peggiorato ed infine era morto.

Giorni dopo giunse a don Michele un biglietto di condoglianze del senatore del regno Benedetto Croce.

La perdita di Angelo, giovanissimo, fu un colpo assai forte per la famiglia.

La mamma, Rosa, ne fu assai colpita e conservò per sempre il ricordo del dolore immenso di quei giorni.

Max a volte sembrava aspettarlo, accanto al camino, dove Angelo sedeva dopo pranzo.


Si accucciava accanto alla sua poltrona preferita, quella di cuoio con lo schienale alto.


E quando si apriva il portone, correva verso il guinzaglio appeso all’uscio e si agitava tutto, sperando in una camminata bella e lunga come le passeggiate con Angelo.


** Ma Angelo non ritornò più, e l’ultima volta che era stato a Polilitio aveva lasciato la sua giacca di velluto grosso sopra lo schienale della poltrona di pelle e don Michele la lasciò lì, per un tempo lunghissimo che pareva non finire mai, mentre dalla finestra il mandorlo e il gelso cambiavano foglie e colore.

Veniva primavera e l’aria s’addolciva, era più chiaro il cielo, al tramonto le rondini garrivano e schiamazzavano correndo a frotte intorno alla grande casa delle fonticelle, il rione sito a scirocco.

Ma il suo Angelo non ritornava.

Veniva autunno e si vendemmiava nelle giornate brumose piene di nebbia e nelle orrobrate luminose e terse.

Veniva inverno e i ragazzi giocavano col gelo.

Tornava estate e Angelo non ritornò.

Non ritornò più e i fratelli non lo aspettarono.
Nemmeno più lo aspettò don Michele, che tolse la giacca dalla poltrona e la diede a Guido.

“Portala tu, mettila quando hai freddo.
Era del mio Angelo.
Ma ormai non serve più a lui.
E’ rimasto a Napoli ... al mare non è mai freddo ...
Gli angeli sono con Dio ... e non hanno bisogno di vestiti
pesanti ...”.

Guido ringraziò, piegò la giacca con cura e la portò a casa.
La sistemò nell’armadio di legno pesante nella camera da letto, facendosi il segno della croce.

Nessuno ormai lo aspettava, il giovane Angelo, che studiana a Napoli e frequentava un filosofo abruzzese.

Ma quando si apriva il portone, Max correva verso il guinzaglio, agitandosi tutto, perché sapeva che un giorno da Napoli, la bella città del mare, sarebbe tornato il suo padrone, portando una ventata di aria fresca mentre la porta si richiudeva alle sue spalle e sarebbe andato verso la poltrona a prendere la sua giacca di velluto pesante a coste, con tante tasche.

Perché da qualche mese anche al mare faceva tanto freddo.
E poi lo avrebbe festeggiato, subendone l’irruente affetto.

Sarebbero usciti, poi, per passeggiare fra gli alberi e le case, fino al teatro sannita, dove recitavano i tragici certi antichi attori coturnati.

E mentre Medea avrebbe pianto la triste fine del suo amore per Giasone, avrebbe appoggiato piano la sua grande testa sulle gambe di Angelo e si sarebbe addormentato come fanno i cani, con un occhio solo.


Solo Max sapeva aspettare, con fiducia, sicuro che sarebbe ritornato a sentire Sofocle con il suo Edipo al teatro, con il suo caro Angelo.



**

Quando venne l’estate la campagna fatta di monti in declivio e di colli tondeggianti di Polilitio divenne verde per l’erba nuova e i grano, la lupinella e i fieno.
Gli alberi ripresero elegantemente il vigore delle foglie brillanti e ondeggianti al vento e al sole.
Tutto intorno era festa di vita e di enegica forza naturale.

Rocco e il fratello maggiore, Giacomo, erano tornati da Roma.
Nella cucina della grande casa c’era una chiara luce, il sole dall’alto rischiarava l’ambiente.
Rocco scendeva dalla stanza sua, posta nei piani superiori, sotto il belvedere, e si faceva la barba accanto alla finestra con il gradino alto.

La stanza di Rocco era confortevole e ariosa, con due comodi letti ed un armadio di legno incassato nel muro.

Nell’armadio c’erano i suoi vestiti usuali, quelli che metteva in paese, e gli attrezzi sportivi.
Racchette da tennis, soprattutto, ed altri oggetti.

Tutto era come se dovesse restare lì o ritornare da un giorno all’altro, anche se non sarebbe mai ritornato se non per qualche giorno appena di tanto in tanto, d’estate o a Natale.

Vederlo mentre si sbarbava, sorridente e pieno di buon’umore era una festa.

Riconciliava con la vita.















d Le verità bisbigliate.

Antonino studiava a Campobasso, città a misura d’uomo, nei pressi di Boiano, nel collegio nazionale Mario Pagano.

In collegio la vita era regolata da un orario giornaliero sempre uguale.
La domenica mattina invece di entrare in aula per assistere alle lezioni si restava a svolgere i compiti nello studio.

E questa era l’unica variazione.

Le giornate si avvicendavano lente, fra versioni di latino, greco ed esercizi di matematica, i quaderni si riempivano di lunghe colonne di analisi grammaticale e logica, riassunti, temi e traduzioni.

I convittori si ritrovavano tutti insieme almeno tre volte al giorno.

A colazione, a pranzo e a cena nella grande sala del refettorio, seduti in diverse decine di grandi tavolate, divisi per squadre, i ragazzi pranzavano e parlavano per almeno un’ora e mezzo al giorno.

Per il resto si stava in silenzio a studiare, di notte si dormiva dalle nove di sera alle sei e mezzo di mattina.

Un giorno a pranzo il vicerettore volle chiedere, chissà per quale ragione, quali fossero le città spagnole che si erano alleate con Annibale contro i Romani, durante le guerre puniche.

Tutti tacevano, nella grande sala, quando si sentì una voce squillante gridare: ... Sagunto e Cartagena ...

Era esatto, ma Antonino fu ammonito, rimproverato per aver gridato la risposta, per aver parlato a voce troppo alta.

In un paese che si preparava alle urlate totalitarie, ai programmi roboanti d’una destra erede dei sogni massimalisti ed estremisti della parte antagonista, si rimproverava un giovane che aveva dato la risposta giusta con la ‘voce sbagliata’.

E così per tutta la vita quel giovane seriamente preparato e studioso avrebbe ricordato la città di Sagunto e l’altra, Cartagena, dal nome affine a quella della patria di Annibale.

L’anno scolastico era già finito, e si era concluso con gli esami di maturità, brillantemente superati, e Antonino era rimasto solo nella sua cameretta, in attesa di lasciare il convitto.

Aveva scritto sopra il davanzale il suo nome, inciso sulla pietra bianca.

Sarebbe rimasto lì per molti anni, quel nome inciso sulla pietra, insieme a molti altri, compreso quello di suo figlio che molti anni più tardi doveva essere ospite di quel collegio e si sarebbe affacciato alla stessa finestra, per vedere la stessa strada alberata che portava ad una scuola che poi si sarebbe chiamata liceo scientifico.

Nel collegio c’era il liceo classico, e chi lo sceglieva non usciva praticamente mai dal fabbricato, se non per qualche passeggiata organizzata dalla direzione, sotto la guida degli istitutori, giovani universitari che sorvegliavano i convittori durante le ore dello studio pomeridiano, della notte, del pranzo e della ricreazione.

Sempre, tranne durante le ore di lezione a scuola.

***

Il figlio di Antonino sarebbe nato più tardi, molto più tardi, dopo decenni di cambiamenti politici rivoluzionari, dopo l’affermazione socialista in Italia, la risposta fascista, la rivoluzione russa e la grande guerra.

E tante, ma tante altre cose.

Antonino per ora scriveva il suo nome sul davanzale della finestra del convitto nazionale Mario Pagàno, nella città più importante del Molise, e pensava che un’altra volta avrebbe dato la risposta esatta, anche a costo di alzare troppo la voce.

Una volta dati gli esami di stato, si ritrovò a Polilitio, dopo otto anni di collegio, pronto a ricollegarsi con la realtà sociale del suo piccolo ma complesso paese.

Avrebbe voluto studiare legge, diritto, ma sembrava più opportuno incominciare a lavorare, trovarsi un posto nella pubblica amministrazione.

Scelse di provare nelle amministrazioni comunali, ma dopo qualche tempo di inizio fruttuoso e positivo, le svolte politiche di Roma cominciarono a farsi sentire.

***
C’era aria di guerra da un bel pezzo.
Guerra coloniale già per tutto il primissimo novecento.
E si preparava la continuazione della grande guerra, con gli stessi protagonisti, rinnovato il frasario e il complesso delle ideologie e degli intenti, ma con gli stessi obiettivi imperialistici ed egemonici di allora.

Così Antonino dovette partire per la scuola allievi ufficiali, nel settentrione, e prepararsi a dare ordini ad un plotone di giovani soldati italiani nell’Africa, in Libia, in Eritrea ed in Somalia.

Prima di partire il padre, Luigi, lo abbracciò forte, senza dire niente.
Giovanna, la madre, gli raccomandò di non esporsi troppo al pericolo, di avere riguardo per sé ed anche per gli altri.

“Ritorna a me, figlio mio ...”

Antonino era il maggiore di sei tra fratelli e sorelle, e sarebbe stato meglio se quella guerra non ci fosse stata, ma ormai le nazioni egemoni erano tristemente orientate a risolvere ogni questione di coesistenza con la forza piuttosto che con i pacifici metodi politici, economici e commerciali.

In Africa nelle trincee scavate nella sabbia del deserto i soldato stavano per ore in completa inattività.
La noia era mortale.
Si passava il tempo parlando, senza avere notizie d’alcun genere.
Pochi erano i fogli stampati ed i libri erano introvabili.

Qualcuno rileggeva continuamente certe stampe sgualcite, rileggeva le lettere dei cari, guardava le loro fotografie con le espressioni a volte sorridenti a volte serie.

Il cielo era sempre sereno, il caldo secco e ardente, le dune gialle cambiavano di posizione come le onde secche d’un mare lento ma mobile e sempre diseguale.

Di notte il freddo era glaciale, si correva il rischio di rimanere davvero congelati, sebbene non si trattasse del freddo della neve e del ghiaccio, ma d’un freddo irreale, eppure micidiale, dovuto alla fuga improvvisa del sole e del suo effetto luminoso e torrido.

Poi vennero le sconfitte di Rommel, gli inglesi passarono alla controffensiva, gli italiani, fragili alleati, dovettero arrendersi e quella guerra d’Africa volse al tramonto.
Ma non finì il calvario dei soldati, che vennero portati in India ed in altre zone controllate dall’impero britannico, come prigionieri di guerra.

Dopo una lunga e faticosa traversata lungo l’oceano indiano, Antonino giunse nell’India settentrionale, proprio sotto le alte e innevate montagne dell’Himalaja, il tetto del mondo.

Il campo era grande, formato di baracche di legno e circondato da filo spinato.
Era ben sorvegliato e fuggire era impossibile.
La distanza enorme dall’Europa, poi, francamente scoraggiava qualsiasi voglia di allontanarsi.

Gli inglesi poi non erano, in guerra almeno, molto più affabili dei nazisti, e le punizioni per i tentativi di fuga erano durissime, quando non si restava colpiti a morte sul fatto.

Cosa fare, nei lunghi mesi della prigionia?

Per prima cosa, Antonino smise di fumare.
Gli sembrava troppo umiliante cercare continuamente cicche e sigarette, quasi mendicarle, raccattare addirittura come vedeva fare le cicche spente per terra.

Così abbandonò questo vizio.

Poi cominciò a procurarsi dei libri e dei quaderni.
Libri di inglese, grammatiche e libri di esercizi.
Studiava la lingua dei suoi ... nemici, e se ne appassionava, fino a innamorarsi della pronuncia, delle parole che memorizzava facilmente.

Gli inglesi avevano creato una selezione di almeno settecento vocaboli essenziali, conoscendo i quali si poteva praticamente possedere la base per la conoscenza e la comprensione di quella lingua che stava diventando universalmente conosciuta.

Certo, partendo da quella conoscenza minima e trovandosi in un contesto linguisticamente vivo, quel patrimonio poteva essere continuamente arricchito.

Dopo l’inglese si interessò al russo, all’indiano.

Annotava le parole nei quaderni che si procurava con una grafia nitida, chiarissima, comprensibile e bene impostata.

In questo modo passarono vari anni, sotto l’Himalaja.

In primavera e d’estate i prigionieri abili nel nuoto presero a sbarrare con grossi sassi e terra il fiume che passava presso il campo, creando uno sbarramento che rassomigliasse ad una piscina.

Qui i giovani nuotavano e imparavano il tipo britannico di nuoto: il crawl.

Occorreva battere tre volte le gambe, non del tutto tese, ogni bracciata destra e sinistra e respirare inclinando la testa, che andava mantenuta sottacqua, quando il braccio sinistro girava lungo il fianco ed il destro affondava avanti nell’acqua.

Era il ritmo del valzer, del dattilo antico, il metro dell’odissea, dell’iliade, d’Eneide.

Il nuoto così assumeva solennità di metro letterario, cadenza di esametro dattilico.
Il nucleo metrico minimo si poteva anche variare, portando a quattro le battute dei piedi, ma ne perdeva tutta l’eleganza dell’insieme.

Così trascorreva il tempo Antonino, aspettando il giorno del ritorno al suo paese molisano.


***


Quella terra così lontana, la terra degli elefanti addomesticabili e di Siddharta, piena di terra e di polvere gialla più che di rocce bianche, sarebbe rimasta per sempre nella sua mente e nel suo cuore, come l’Africa e le dune del deserto.


I giorni trascorrevano lenti, dall’ora della sveglia, all’alba, fino al tramonto.
All’orizzonte si vedevano le grandi montagne dell’Himalaja, innevate e biancastre, spesso sovrastate dalle nuvole portate dai monsoni verso l’entroterra, in Cina.

Durante le stagioni più calde gli inglesi acconsentivano che gli italiani, marciando per diversi chilometri, si avvicinassero al grande fiume a nord.
Qui poco alla volta era stato costruito uno sbarramento, una specie di diga di sassi e fango, simile a quelle costruite sapientemente dai castori nei freddi fiumi del nord, e l’acqua aveva formato un laghetto ove era possibile nuotare agevolmente per un lungo tratto, come in una grande piscina.

Era qui che Antonino aveva imparato lo stile anglosassone dell’attività natatoria: il crawl.

Durante le lunghe ore del pomeriggio, quando non c’erano impegni sportivi, diciamo così, svolgeva un intenso studio linguistico.
Imparava l’inglese, il russo, l’indiano con un intenso impegno scritto e di memorizzazione.

Avrebbe ricordato a lungo quell’impegno di studio e di pace.

E avrebbe anche conservato i libri faticosamente ottenuti, i quaderni compilati con bella e chiara grafia.

Quando, dopo alcuni anni, finì la guerra, giunse con la nave a Napoli e sbarcò in quella città piena di sole e di vita.

Con il pesante sacco giunse in treno fino a Polilitio, dopo varie coincidenze, e ritornò a cara.

Varcata la porta della casa sotto il monte, vide la madre e restò quasi senza parole.
Si abbracciarono.
“Tonin ... Tonin ... figlj@ mìa ... “

***

I tempi erano magri, non c’era da stare allegri, ma quella sera la mamma gli preparò la polenta come piaceva a lui, ed il sapore della farina dorata col sugo ed il cacio di pecora duro di crosta restò indimenticabile, dopo tanti anni di prigionia.


Così Tonino fu di nuovo nel suo paese che dominava tutto il Molise, dal Matese fino alle colline del molise termolitano.

Era possibile guardare verso l’adriatico e vedere un mare di terra dal colore cangiante in base alle stagioni e tutti i paesi come galleggiare, simili a navi.

Campobasso spiccava per grandezza su tutti, con due ali di case e Monforte al centro, come la carlinga d’un aereo.


***


Polilitio non era il paese più in alto, ma con i suoi 1027 metri e la sua posizione centrale era come un punto naturale di dominio visivo nella sua terra.

Molti anni prima i Sanniti lo avevano scento come capitale religiosa e politica della loro confederazione e vi avevano costruito un centro sacrale con un teatro, templi ed altri luoghi di culto e di attività politica e culturale.

Le morge del paese avevano rappresentato un baluardo naturale e come una fortezza non solo militare, ma metaforica e simbolica.

Era necessario per Tonino, a questo punto, a quasi trentaquattro anni, trovare lavoro.

Una mattina di aprile di sole terso e dall’aria tiepida, scese dalla sua casa sotto il monte all’ardichiana, la piazza principale con il monumento ai caduti, una bella statua di guerriero sannita in atto di fronteggiare un invisibile avversario.

Stava ammirando la statua, appoggiato alla casa di una sorella minore, quando lo chiamò Rocco.
‘Rocco ...!’
‘Come stai, Tonino ...?’
‘Bene ... e i tuoi?’
‘Stiamo abbastanza bene. Perché non vieni a pranzo da me, oggi ...?’

Tonino accettò.
A casa di Rocco conobbe così la sua futura moglie.
Non passò molto tempo e Ines e Antonino si fidanzarono.

Erano la coppia più bella e gradevole di Polilitio.

**

Lui, aitante ed atletico, era il nuovo segretario del Comune, lei minuta ed elegante, sempre affabile con tutti, amministrava la casa, si occupava degli anziani genitori, dopo la partenza di Rocco.

Si erano sposati in dicembre, alla fine del mese, ed erano partiti in viaggio di nozze a Napoli.

L’anno successivo, in ottobre, era nato Genni.

Era un bambino forte e man mano che il tempo passava si rivelava sempre più resistente.
A tre anni imparò a nuotare nel torrente vicino al paese.

Alla stessa età aveva i suoi sci di legno chiaro, i più belli del mondo.

Sciava a volte a fianco di Antonino.




***







***


La neve era spesso altissima e sovrastava la loro altezza, ma nell’insieme l’inverno era lieto e gradevole per la famiglia.

Al mattino la nonna gli dava una caramella squisita, incartata con cellophane rosso.

Il nonno si intratteneva spesso con lui.



***

**

*







Aveva decine di amici e in paese tutti gli volevano bene.

Per tutti lui era ... ‘r figl d r’scrtarij@, ... il figlio del segretario ...’ .

Passarono così anni di vera felicità, accanto al fuoco, leggendo la grande enciclopedia, nuotando e sciando.

Genn, come lo chiamavano i paesani, era l’amico di tutti ed era di casa in ogni casa.






e


In paese, dopo la liberazione, ferveva l’attività politica per trovare una persona adatta a ricoprire il ruolo di sindaco, il primo sindaco dopo il regime fascista.

Si trovava in paese allora, per una breve vacanza, Ettore, il fratello di Angelo e Leandro.

Dopo la Grande Guerra, cui aveva partecipato da ufficiale dell’Esercito Italiano, era rimasto nel Veneto, a lavorare in una banca di Venezia e ogni tanto ritornava a Polilitio, per dare un’occhiata alle sue case, alle terre, alla famiglia.

Era uno spirito libero, con idee vicine al socialismo ed intrise di qualche principio anarchico.

In paese si era trovato insolitamente bene, forse anche per l’avanzare dell’età, ed era stato preso da una specie di entusiasmo autenticamente politico che lo spingeva ad interessarsi con rinnovato amore e con passione rafforzata del suo paese, così affamato di possibili interventi capaci di migliorarne l’aspetto, la funzionalità.

Le strade erano sommariamente pavimentate, d’inverno la neve, sciogliendosi, formava una poltiglia che impediva ai passanti di transitare normalmente.
I ragazzi sfruttavano la situazione, nei giorni di scirocco in cui la neve si scioglieva, per formare piccole dighe e sbarramenti con la neve stessa e trasformare la strada in un fiume in miniatura con tanti piccoli laghi artificiali.

La neve era la risorsa più grande per i giochi dei bambini, ed anche in parte dei giovani, e proprio quando si preparava a partire per ritornare in cielo, regalava un ultimo gioco, quello del fiume e delle dighe.

Poi c’era l’annoso problema dell’occupazione.

I giovani, e non solo i giovani, stentavano a trovare lavoro.

Molti emigravano all’estero, nel nord dell’europa, o andavano a Roma, per occuparsi nell’edilizia o nella ristorazione.

Insomma, Ettore sentiva che doveva restare lì, e rinunciò al suo lavoro a Venezia per restare a Polilitio, presentarsi alle elezioni con la parte progressista, vincere e svolgere il suo mandato di primo cittadino.


***

Furono anni di impegno e di grande lavoro.
Per la prima volta il paese ebbe la corrente elettrica e l’acqua nelle case.
Ma il progresso stentava a radicalizzarsi, ad estendersi a tutti i ceti.
Restavano residui di povertà nei ceti legati all’agricoltura.

I ‘cafoni’ non riuscivano a farsi padroni della terra, che restava in mano a pochi proprietari, e stentavano con un lavoro assai penoso e faticoso per raggiungere le terre, lontane spesso dal paese.

Ettore non fu rieletto
Restava tutto il giorno chiuso nella sua grande casa a valle del paese, a scirocco.

Leggeva i suoi libri, lontano dal mare di Venezia, curava i suoi cani.
Ne aveva un bel numero e li portava a caccia, quando era consentito e le condizioni generali erano favorevoli.

Poi un giorno il nipote non lo vide e non lo sentì.
Entrò in casa, in quel palazzo così grande, e lo trovò morto fra i suoi cani che lo custodivano e uggiolavano, forse per svegliarlo.

Ma Ettore non si svegliò più e Leandro, il medico militare, restò il solo dei tre fratelli nipoti di Don Michele.

Portò i libri del fratello nella casa sua, che era più piccola e si affacciava sul Corso e li mischiò ai suoi, in una stanza ariosa piena di scaffali che era il suo studio e la sua biblioteca.

Qui zio Dottore, come lo chiamava Genn, trascorreva nella lettura o dedicandosi alla pittura le ore pomeridiane e serali, in una vita solitaria e silenziosa, visto che nemmeno lui si era mai sposato.

D’inverno si recava a Napoli, dove si tratteneva fino all’inizio dell’estate.

Aveva l’abitudine di realizzare tutta una serie di lavori utili per la casa utilizzando qualsiasi scatola di latta u di cartone.

Precorreva il moderno bricolage.

Aveva partecipato a tutte le guerre del ‘900, ma da ufficiale medico, non da soldato combattente.


***

La politica in paese, dopo la parentesi romantica di Ettore, era andata nelle mani tradizionali dei liberali e dei cattolici, che si affrontavano con liste simboleggiate da due animali e si alternavano nell’amministrazione del paese.





La parte cattolica era controllata da un maestro deciso ed abile.
Quella liberale da un possidente astuto ed energico.










Le campagne elettorali erano caratteristiche, a quei tempi.

Gli animi si accendevano per le persone e pei i simboli.
Vanghe, arnesi agricoli vari, falci, martelli ed altro si impegnava in competizione con vacche ed altri amimali, fra cui la timida e spaurita colomba.

Pettegolezzi e verità bisbigliate si avvicendavano sulle labbra dei paesani.


§

“Kwand ka ... nd prmett kkiù ... puozz jttà r vlen ... vattaffaskwartà...puozzavérkundr...scimbis...sciutammò ... “ .

Le invettive, a tratti crude e rudi, ma sempre solenni e austere, pronunciate nel dialetto pretavnnannes tipico di Polilitio, si susseguivano come benedizioni alla rovescia, apotropaiche e catastematiche, mai veramente cattive, ma spesso, ancora più che perfide, malvage.

Erano non tanto profetiche, quanto frutto di una fatale constatazione.

La sera nella piazzetta del paese antico, fra la cabina elettrica e l’orologio sempre in riparazione e mai in orario, prima della salita che portava alla chiesa, sotto le morge dei corvi e del castello, accanto alla casa di Genn, in una piccola casa sempre della sua famiglia, si radunava il paese per ascoltare i comizi.

Faceva luce una enorme lampadina che illuminava, come il Sole di giorno, tutti, comunisti, cattolici, clericali, atei e liberali.

A turno gli oratori si avvicendavano sul balconcino della piccola casa all’angolo, una volta usata come farmacia, ora come garage per la topolino blue della famiglia.

Un gioiellino.

Genn fin da piccolo aveva certamente asoltato discorsi politici d’ogni genere, sebbene accesi dalla passione spesso troppo interessata e calcolatrice della competizione elettorale.

In comune, quando andava dal Padre, ascoltava parole del gergo amministrativo e fin dai suoi primi anni aveva avuto familiarità con l’amministrazione del Comune.

E tuttavia, mai era nata in lui la passione per la vita politica, per l’amministrazione.

Aveva intuito l’esistenza d’un divario notevole, d’uno scarto, fra quanto l’umanità diceva, proclamava, prometteva e quanto poi effettivamente realizzava.


E questo divario lo aveva convinto a non dedicarsi alle attività politiche e amministrative, se non in caso di effettiva necessità.


Preferiva altre attività, oppure semplicemente girovagare per la grande casa o anche intrattenersi con gli amici.

Stranamente tutte le sue attitudini erano precipuamente politiche, eppure nonostante questo egli non sarebbe diventato un politico, almeno nella comune accezione.

Non avrebbe mai avuto quel diabolico carisma sociale, quella segreta capacità di promettere, quel certo facile e mellifluo fascino delle parole che avevano i politici di mestiere, o di professione, a seconda del senso dell’umiltà personale.

Ancora non sapeva cosa avrebbe fatto ‘da grande’, e nemmeno poteva prevedere se mai lo sarebbe diventato, nel senso compiuto.

E tuttavia dalle sue letture, dai racconti, dagli affetti di famiglia di volta in volta si proponeva di fare l’ingegnere, ma non quello edile o meccanico, quello ... navale.

Oppure il medico, per impedire alla morte di rapire le persone care.

***
Nessuno, che non le avrebbe compiutamente svolte, avrebbe potuto ritenersi deluso ancora più di lui da simili professioni, anche dopo averle effettivamente professate per tutta la vita, date queste premesse.
Sarebbe andato incontro al più completo insuccesso, e del resto, come avrebbe potuto immaginare che avrebbe scelto, per

mestiere, proprio quell’attività che da sempre svolgeva, date le sue attitidini all’educazione dei simili?


Sarebbe rimasto per sempre nella scuola, che a dire il vero da studente sinceramente non aveva mai prediletto se non per la necessità di farlo dopo lunga dimestichezza, ma che avrebbe amato poi da insegnante e da bibliotecario.

D’un amore discretamente ben corrisposto, se non proprio sempre restituito con la stessa intensità.

***



... ... Sunt lacrimae rerum et mentem mortalia tangunt ...

Sono fatte di pianto le cose e la vita ti tocca il cuore e la mente ...

Così scrisse Publio Virgilio Marone, il massimo poeta latino, nato a Mantova e morto a Brindisi.

... Mantua me genuit, calabri me rapuere,
me tenet nunc Partenope.
Cecini pascua, rura, duces ...

La sua tomba è a Napoli, città che amò quanto la sua natia Mandes, villaggio presso Mantua.

I terreni gli furono espropriati per effetto di quella politica di ricostruzione civile e agraria iniziata e realizzata da OttavianoAugusto dopo le lunghe guerre civili seguite all’uccisione di Gaio Cesare.

La dimestichezza di Virgilio con Mecenate e poi con lo stesso Princeps Ottaviano ne fecero il poeta quasi ufficiale della

Roma augustea ed il rappresentante di quella letteratura d’impegno dal forte connotato sociale e civile che occorreva proprio alla politica statale di pacificazione degli animi e ricostruzione dell’economia.

Non tornò più ad Andes, ma sempre la cantò e sempre la ebbe nel cuore e nella mente e in ogni occasione le api e i placidi animali della campagna, i ruscelli e gli arbusti, le umili tamerici, le canne fruscianti al vento gli furono cari.

L’anima di Publio era di vento, d’acqua e d’arbusti ed i suoi compagni, nei sogni, erano i comignoli delle case, con il fumo azzurro, le caprette bianche e i semplici pastori con le loro tenzoni e le loro canzoni.


A Polilitio la terra era importante.


***

Non era particolarmente fertile, tranne per la parte sistuata giù al fiume, r scium, dove l’aria era più mite e cresceva bene la vite, e tuttavia era fonte di attività, di reddito e dava importanza a chi la possedeva.

La famiglia di Rocco era molto ricca, facoltosa.

Era importante e benvoluta.


Chissà in quale mattina di aprile dolce e frizzante, con le strade deserte illuminate da un sole ammiccante e vicino, il capostipite di quella famiglia aveva avuto un’idea così brillante da farne una persona di successo, fortunata negli affari e nella vita.



Fatto sta che appezzamenti di terra e vasti boschi si erano accumulati per quella casata nei grossi fogli catastali di Lupone, grosso paese vicino a Polilitio.



Eppure, il possesso di tutto quel bene di Dio non aveva necessariamente e sufficientemente attratto i figli di Donatello e l’uno dopo l’altro avevano finito con l’andarsene in giro per il mondo in cerca d’un’altra fortuna che non sapesse di terra e d’alberi.


Antonino aveva sposato Ines ed era nato Genni, come lo chiamavano in casa, o Genn, come lo chiamavano in paese.

Il bambino cresceva forte, intelligente.
Amava i genitori ed i nonni e viveva felice in una specie di paradiso paesano e agreste.

Antonino gli insegnava a sciare, a nuotare.
D’inverno quando cadeva la neve a casa di Genn era festa.

Si preparavano sci, calzoni pesanti con scarponi e calzettoni.

Quando la neve cadeva a pel di gatto, il terreno si copriva presto, ma per sciare bisognava preparare bene con gli sci il fondo, passare e ripassare anche a spiga, perché la neve era frolla.

Fra il collavalle, nella zona di Col Ginestra, e la strada del Ponte 28, prima della casa di Giosi, sotto le case di zia Concetta e zia Ninuccia, nella discesa che arrivava fino al vallone di Castelluccio, si sciava tutto il tempo prima che facesse notte, senza le comodità di adesso, senza impianti di risalita.


Neve e neve, aria fredda e nevischio.

Ma quando c’era il sole era una meraviglia, un incanto.

Quando tornava a casa, Genn era coperto di ghiaccioli sotto la gola e sopra le scarpe.


Il montgomery avana che gli aveva regalato zio Rocco aveva una striscia di stoffa, sotto la gola, completamente ghiacciata.
Si metteva a sedere accanto al fuoco caldo e la sedia si tingeva di marrone, perché i pantaloni bagnati trasmettevano il colore alla paglia.

La cucina era accogliente, sempre piena di cose saporite.

Spesso era piena di ospiti, parenti ed amici.

Una sera d’inverno, stanco, Genn si era assopito a tavola ed il padre aveva preso una parte di salsiccia dal suo piatto, mangiandola velocemente.
Il bambino aveva osservato tutto, commentando fra sé:
“ ... papà m vò bben e z’é arrbbata la salgccella maja ...”.
Papà mi vuol bene, eppure ha rubato la mia salsiccia ...

Questo era il clima di quelle sere d’inverno a Polilitio, dopo le sciate e le serate calde nella cucina confortevole.

**

Quando le giornate cominciavano sensibilmente ad allungarsi e l’aria a farsi più tiepida, si avvertiva l’avvicinarsi della primavera.


Dopo marzo, aprile invadeva i campi e preparava la festa di maggio che arrossava i campi con i papaveri e li ingialliva con il grano maturo, quando il mese volgeva al termine.

Di giorno in giorno saliva la temperatura dell’aria, il cielo era d’un sereno sempre più intenso e completo.
Le nuvole, quando arrivavano, troneggiavano agli angoli del cielo spinte da venti vigorosi e caldi, mentre la terra era accarezzata da zefiri delicati, a tratti anche intensi.


Quando le scuole chiudevano, la mattina era libera dagli impegni e Genn con i suoi amici scendeva al vallone.

Dapprima era stato il padre ad accompagnarlo.

Gli aveva dato saggi consigli.
Come per esempio quello di non andare mai da solo, assolutamente, ma sempre almeno con altri due compagni, così da permettere ad uno di restare, nel caso fi sosse sentito male uno di loro, ed a un altro di andare in paese a chiedere aiuto.

C’erano almeno tre chilometri di strada in discesa, per il vallone.

Era terra franosa, a tratti, in certi punti la vegetazione era rigogliosa.

Quando scendeva con Tonino, Genn era felice.

“Papà, spogljm, ca i, m jett ...”


Papà, diceva quando si avvicinavano al vallone e cresceva lo scroscio dell’acqua e quasi se ne sentiva l’odore selvatico e fresco, ... papà, aiutami a spogliarmi, che mi tuffo ...


Al vallone avevano scelto fra tanti il ‘kwatin’, il catino, la pozza adatta per il bagno, in genere situata sotto una briglia, ossia un muro trasversale di sbarramento capace di frenare in continuo smottamento del terreno per effetto delle piene d’autunno e d’inverno.

L’acqua aumentava di volume, la conca di profondità e di larghezza se veniva sistemata una piccola diga di sassi e fango all’uscita a valle.


Certo, non era grande cosa quella specie di piscina di limitate dimensioni, ma era sempre una specie di miracolo per un torrente di montagna, lontano dai laghi e dal mare.

Nel vallone c’erano rane di tipo diverso e girini, l’acqua era verde cupo o grigio ferro, il rumore delle cascate cha riversavano acqua nelle conche contribuiva a creare una sensazione di fresco.

Portavano con sé, Genn e Tonino, fette di pane con ciliegie, oppure con sale e pomodoro e quel cibo così semplice sembrava squisito, dopo il tuffo nell’acqua verde.

I pomodori e le ciliegie andavano strofinati sulle fette di pane.

Pane, sale e pomodoro era il massimo.

Il cammino del ritorno era molto impegnativo, così com’era tutto in salita.

Arrivati a casa, loi attendeva quella lieta sorpresa che poi sarebbe diventata una consuetudine: i biscotti che la mamma confezionava a forma di pesciolini, dolci e croccanti.

La mamma era un genio in cucina e nell’amministrazione della casa.

I piatti che cucinava erano prelibati.

Almeno una volta al mese Ines prendeva la corriera e con Genn andava a Castel di Sangro, in Abruzzo, dove si trovavano i negozi ed i magazzini più belli del mondo.

Erano pieni di cose straordinarie, di giocattoli, di biciclette, d’ogni genere di attrezzo per lo sport.


C’era un negozio di scarpe dove regalavano un’automobilina di celluloide con una sfera di metallo che le permetteva di muoversi in modo semplice ed originale.

E poi, gli arancini di riso d ’una rosticceria in una piazza specie erano davvero straordinari.

Ma il viaggio più lungo, fu quello compiuto con sua Madre alla volta di San Giovanni Rotondo, per visitare un personaggio che già era considerato straordinario, un Santo ante litteram, Padre Pio.

L’estate trascorreva fra bagni al vallone e passeggiate in bicicletta.

C’erano poi le escursioni nel bosco della Rocca, pieno di fragole saporite, piccole e rosse, di bosco.

Poi arrivava settembre, con le ‘mbrikole, ‘mbrìkwl, le more, rosse e nere.

***
Dopo settembre, ottobre rinfrescava.

Si compravano scarpe pesanti, con la gomma che scricchiolava quando passavi sulle mattonelle, e pantaloni di flanella, caldi.

Si tiravano fuori maglioni e calze pesanti.

Ricominciava la scuola, con libri e quaderni nuovi che odoravano di carta stampata di fresco, di cellulosa.

I quaderni avevano ogni anno le righe diverse, a seconda della destrezza degli studentelli scrittori.








Arrivava ottobre quasi all’improvviso, dopo le giornate di sole e d’azzurro di giugno, le calde serate di luglio e gli intensi colori d’agosto.


Settembre quasi poteva ripetere e continuale il fulgore e la gradevolezza estiva, con giorni tersi e limpidi, con temperature più miti e meno intenso caldo.

Poi, una mattina ti alzavi e avevi freddo.
Dal nord scendeva una refola catamatica che ti convinceva a mettere il maglione.

Poi il vento si rafforzava, la temperatura calava vistosamente, gli alberi si agitavano, le nuvole fuggivano al cospetto della vuorja impetuosa e gagliarda …

Si avvertiva subito l’imminente presenza del re inverno.

Sarebbe arrivato fra non molto, gelido, e faceva intanto avanzare le sue avanguardie.

Si tornava nelle aule della scuola con il rimpianto del periodo trascorso al fiume, nei campi, sulle morge, nelle scaramucce con i compagni.

Erano ancora recenti gli ultimi dispetti, i litigi spesso simulati, come le guerre fra gruppi rivali.

Era usanza delle donne a fine agosto trasformare i pomodori maturi in crema liquida da conservare in bottiglia, impasto a pezzetti da trattare ugualmente e pasta più consistente, che veniva messa ad asciugare all’aperto su tavole di legno.

I più terribili fra i ragazzi avevano preso l’abitudine di gettare dei sassi in quell’impasto prelibato, così da attirare spesso l’ira e gli improperi delle povere buone donne.

Per Genn quello era un vero crimine, perché per lui la conserva di pomodoro era la cosa più saporita del mondo, tanto che spesso, a casa, invece di ‘rubare la marmellata’, rubava la conserva di pomodoro.

Rubava si fa soltanto per dire, trattandosi di cose di casa sua e di ‘refurtiva’ di modesto valore.

Era il tempo delle cose semplici, almeno apparentemente, non artate né contraffatte.

Il burro era conservato in un orciolino pieno d’acqua, per pochi giorni.
Le uova erano conservate per qualche giorno in più immerse nelle lenticchie, nei fagioli.

Salcicce e sopressate, una volta secche, potevano essere immerse nella sugna e appese al soffitto.

Tutto il resto, se non veniva cotto e conservato come conserva o marmellata, era essiccato e poi reidratato al momento dell’uso.

***

Genn aveva visto spesso i granai, con un’apertura piccola a saracinesca nella parete di legno chiaro e il grano scorrere come liquido pronto per essere macinato e i grandi orci di terracotta per l’olio, custodito nelle cantine, con grossi sassi per impedire ai sorci di togliere in parte il coperchio e bere il prezioso condimento di cui erano ghiotti.

Il dramma vero però era trovare uno di questi poveri animali annegato dopo essere caduto in tanta abbondanza, nel tantativo di nutrirsene.

Ma questi erano casi assai rari se si sapeva prevenire questa eventualità rendendo inaccessibile la giara.


Simbr n’ sorg mbuss’all’uoglj
Sembri un topo bagnato nell’olio.

Era l’espressione usata per indicare qualcuno ridotto a malpartito da difficoltà di vario tipo, specie metereologiche.

Non che fosse più rassicurante sentirsi dire ...

Simbr n’mscill ...
Sembri un gattino ...

Inteso, un povero gattillo micillo malridotto ed emaciato ...
***

Così, passato il tempo delle conserve, dei sottolio e deisottaceti, il paese di Polilitio si preparava ad affrontare il fresco e il freddo.

Nelle cantine la legna veniva riposta in forma di grossi tronchi, con qualche ceppone per le giornate invernari in cui fosse necessario accendere il fuoco e quasi non pensare più alla sua continua alimentazione, specie per le feste di Natale, e con tocchetti più piccoli e maneggevoli.

La fascina, legata insieme, serviva per l’innesco della fiamma all’atto dell’accensione.

Il fuoco era il cuore e la mente della casa.
Intorno ad esso si pensava, si parlava, si discuteva, soffiando ... dendr a r’ scjsscjatur, ... nel soffiaturo, una canna ferrea che serviva per convogliare il soffio ricco d’ossigeno sulla brace, su un tizzone lento ad accendersi, si poteva suscitare una fiamma brillante e vivace.

Chi si svegliava per primo al mattino lo accendeva, ripulendo il sito dalla cenere e disponendo sapientemente carta e ceppe, ossia rametti secchi.
Sopra venivano messe le parti di legna più piccole e accanto ceppi grandi, cepponi e quanto si volesse.

Una volta avviato, il fuoco bruciava lento per ora, ma andava custodito e ravvivato, badando che su di lui, appeso alla catena ad una certa altezza, vi fosse il cotturo, il grosso pajolo sempre ben pieno d’acqua, almeno oltre la metà del recipiente.


Il calore e la luce delle fiamme caratterizzavano il clima della cucina per tutto il giorno.

A novembre, quando il bosco forniva gallucci, funghi d’abete, si puliva dalla cenere la parte bassa del focolare e si arrostivano i funghi con olio, sale e aglio.

Erano squisiti.

A dicembre si arrostivano le croste di cacio comune di pecora, squisito, o le teste di caciocavallo.

Le scamorze arrosto erano favolose, rosse e croccanti in superficie, morbide e filanti dentro.


***

Mentre il fuoco riscaldava illuminando la cucina, i gatti arrotolati e con la testa che si tuffava nella coda sonnecchiavano, sempre attenti e pronti a scattare.
Nella stanza ove era custodito il fuoco si svolgeva gran parte della vita giornaliera.
I giovani studiavano le lezioni e le mamme preparavano il necessario, cucinavano e stendevano i panni sulla stufa per poi stirarli.
Le visite degli ospiti si svolgevano, con le conversazioni quasi interminabili accanto al fuoco, proprio in cucina, prevalentemente.
Erano delle vere e proprie assemblee ristrette delle più alte autorità della famiglia, del rione o del paese.
Potevano preludere a decisioni importanti di carattere economico o politico, o semplicemente sociale, quando certi pareri fossero stati espressi e accettati con più o meno diretto ed esplicito consenso.

Accanto al fuoco si svolgevano anche quei colloqui riservati che la segretezza degli argomenti rendeva simili alle volute di fumo volubili e leggere e alle vecchie, le scintille di fuoco che, dopo un iniziale strepito, si perdevano su per la cappa nera e fuligginosa dell’alto camino.

Quel camino dal quale entravano le streghe, di notte, e si fermavano a contare le fascine, fino a quando, senza ultimare la conta, erano costrette a volare via dalla luce del giorno.
Era per questo, anche, che dovevano esserci oggetti da contare accanto al fuoco e sulle porte,
Fascine e scope, capaci di confondere le eventuali straje, immaginarie visitatrici notturne apportatrici di non ben precisati inconvenienti.

Quando ormai Genn stava pe compiere i suoi primi dieci anni, nacque una sorellina piccolissima e desiderosa di cure assidue.
Tutta la famiglia di dedicò a lei.

Già cominciava a parlare e Genn dovette andare a Kampwash per completare gli studi.
A Polilitio non esisteva ancora una scuola media.

L’entrata in collegio, un austero convitto nazionale, fu presa assai male dal ragazzo.

Allontanarsi dal suo paese adorato fu un vero dramma, e per nulla gradito fu dover sapere che sarebbe rimasto lì per almeno otto anni.

La sua vita cambiò.
Non fu più il bambino spensierato e dinamico che era.
Si chiuse in un silenzioso atteggiamento cogitabondo e quasi scostante, come se fosse stato derubato d’un tesoro in cui confidava assolutamente.

E per anni quasi non si riebbe.

A scuola non brillava certamente, anzi, quasi pareva volesse risparmiare le forze.

Eppure, riusciva a procedere, mentre diversi suoi compagni di classe si perdevano.


Erano trentaquattro in quarta ginnasio e giunsero in sedici alla terza liceo.

***
Genn superò l’asticella degli esami di stato di misura..
Alla maturità restò solo in collegio.
Era l’unico candidato.
Solo in quell’enorme palazzone, all’ultima piano, gli pareva di essere un sopravvissuto.

Era stato otto anni in convitto, con una borsa di studio.

Aveva contribuito utilmente alle spese della famiglia senza ricevere gli onori che sono riservati ai secchioni che si coprono di otto e di elogi senza comunque far crescere altro che le spese di famiglia.
L’unico otto, enorme, che purtroppo gli competeva era d’essere stato otto anni in collegio, rinunciando ad un mondo, un paradiso, che non avrebbe mai più ritrovato.

***




***



z

Durante gli anni del collegio a Polilitio la vita pareva essersi addormentata.

Le case quasi cadenti, le attività poco redditizie, una agricoltura stentata e poco favorita dalle pietre abbondantissime, tutto insomma pareva voler convincere gli abitanti giovani ad emigrare per cercare fortuna altrove.

Così era iniziato un esodo verso Roma, per i fortunati, e verso la Svizzera e la Germania per i meno favoriti dalla sorte.

Qualcuno volle andare in America, del Nord, del Sud e Centrale.

In paese restarono i funzionari dello stato ed i possidenti terrieri.

Fra questi primi, Antonino con la famiglia.
Non era certo un possidente, non aveva praticamente nulla.
Lavorava per lo stato, era Segretario in Comune.

Era abitudine, in un contesto come quello, allearsi con gli agrari e con i moderati benestanti e ‘benpensanti’ del paese, per vivere tranquillamente e non avere grossi grattacapi se non quelli connessi con la pratica della egemonia sui ceti meno abbienti.

Forse per una debolezza congenita, o per amore delle sorelle e fratelli così numerosi, oppure per una specie di vocazione al complicato, Antonino scelse la strada della coscienza e della legalità, tanto da mantenersi indipendente da ogni influenza sociale e politica in paese.

Conduceva una vita semplicissima, fatta di impegno in ufficio e di lavoro domestico spesso caratterizzato dallo studio delle norme giuridiche, assai complesse.

Spesso venivano a chiamarlo a casa, anche nei periodi di riposo, visto che abitava sulla strada per il Municipio.

Il freddo eccessivo dell’inverno, la mancanza di scuole adeguate per la figlia minore, la prospettiva di avere un trattamento economico migliore e soprattutto più regolare che non a Polilitio lo convinsero infine a partecipare ad un concorso per un avanzamento di grado a Segretario Generale.

Quando Genn era all’ultimo anno di collegio, proprio agli ultimi mesi, seppe del trasferimento in un paese di mare lontano, dove il clima era sempre mite, dove era sempre primavera.

Si trattava d’un promontorio, e lo cercò sull’atlante.
Era un monte circondato dal mare, collegato alla terraferma da strisce di sabbia.

Vi arrivò col treno, dopo un viaggio che gli parve lungo, senza fine.

Era sorpreso da quanto gli stava accadendo, eppure sentiva, insieme alla curiosità delle cose nuove, come una delusione per la perdita, non ancora definitiva, delle sue rocce, della neve frolla e della neve soccia, degli scarponi con le stelle, delle sere accapo al fuoco, coi gatti che facevano le fusa e che lui avrebbe rivisto solo chissà quando.



Un tempo, lontano nel tempo e nello spazio, un giorno nella notte, fuori del tempo, nella luce nera dell’atempo.



Kell ser’akkap’a r’fuok … quando il padre gli leggeva Orazio e Virgilio e lo esortava con energia a memorizzare frasi e concetti

Insuevit me Pater meus optimus …

Dice Orazio di suo padre, a proposito della sua filosofia di vita, corroborata dalla pratica epicurea, supponiamo.


La partenza da Polilitio corrispondeva all’inizio d’un nuovo corso di studi, per Genn.

Dopo il liceo lo aspettava l’università, con studi di lettere.

Nel frattempo lo aspettava la calda estate dell’Argentario e nuove amicizie.

Era leggermente immalinconito per il distacco, che del resto era iniziato otto anni prima, dalle morge, dagli scavi, dalle sorgenti sannitiche, ma si sentiva anche incuriosito, come chiamato ad una sfida, in una terra nuova eppure piena di cittadini provenienti dalle terre limitrofe di Partenope, di Napoli.

No era affatto noioso il clima e l’università procedeva tranquillamente, fra libri da studiare e letture varie.

Quando pensava al futuro, si immaginava insegnante di fronte ad una classe che lo ascoltava, intento a spiegare qualche argomento che gli stava a cuore.

Trascorsero alcuni anni e già si preparava a sostenere gli ultimi esami.
Scelse la tesina, prima della tesi.

Era sul rinascimento fiorentino, su Girolamo Savonarola, i Medici, i Borgia, Alessandro VI.

Si appassionò alla profezia medioevale.

Al concetto della profezia in genere, che rifletteva certi atteggiamenti non contemplativi e descrittivi della realtà, ma il desiderio insito in ogni parlante di modificare in qualche modo la realtà ambiente contestuale, o di predirne il cambiamento.
Tutta la letteratura in genere modifica una realtà nel momento stesso in cui vuole anche solo descriverla, e per questo è relazione mediata e non disinteressata con il contesto, o con uno dei contesti, con l’effetto di prospettarne una qualche evoluzione o involuzione che scaturisca per il futuro da una presentazione contestualmente modificata.
Scrivere significa cambiare l’interpretazione dei fatti, cambiare i fatti, lasciandoli quali sono eppure quali più non saranno.
Leggere significa ignorare i fatti per il tempo di considerarne una interpretazione, assentarsi per il tempo della lettura per ignorare un contesto ambiente e considerarne uno proposto e suggerito nella interpretazione d’uno scrivente familiare o estraneo.

***


Fare profezia può voler dire valutare il presente per prevedere eventi possibili, probabili, ed il terreno del probabile si proietta ad un passo dal presente, nel futuro immediato o lontano.
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Fare della satira, vuol dire spesso mettere in evidenza i difetti d’un ambiente per provocarne direttamente la correzione, e quindi questo genere letterario tende a cambiare espressamente un contesto, un comportamento, con altri probabili, possibili ed eticamente consoni ad un principio superione sul piano morale.



Il verismo, la letteratura impersonale, il realismo, non sono che forme personate, mascherate di interesse per le cose.

Al di là della discrezione fredda della ‘realtà’ o d’una delle tante realtà, affiora un interesse spesso malcelato per intenzioni, motivazioni e intenzioni dei personaggi e delle loro dimensioni contestuali.

Genn si dedicava in quel periodo ad un biografia di Savonarola.

Aveva scelto questo argomento per la tesi di laurea quasi senza una reale volontà di scelta diretta, ma per una sorta di selezione mediata, visto che il suo professore a Roma gli aveva detto che tutti gli argomenti di storia erano stati scelti, tranne quello riguardante il frate riformatore e predicatore profetico ferrarese.

Così, scorrendo il manuale di storia moderna di Giorgio Spini, nel secondo volume, agli inizi, aveva trovato il profilo di Frate Girolamo Savonarola.

Si era affezionato a quel personaggio, a quell’uomo assai speciale, ostinato, quasi un residuo arcaico proiettato oltre la maschera esasperatamente commercialistica della politica e della società rinascimentali.

Così, dopo aver scelto un buon numero di libri sull’argomento, aveva scritto la biografia del profeta.

Visto che scriveva ancora piuttosto lentamente a macchina, Antonino aveva dattilografato il suo manoscritto.

A lavoro finito, aveva consegnato copia al professore dell’università, a Roma, ed aveva ricevuto un giudizio complessivamente lusinghiero.


Molti anni dopo, Genn ripensava a quel periodo come ad un periodo sereno e felice in cui aveva studiato con suo Padre come se fossero stati due colleghi di liceo o d’università.


E avrebbe sempre conservato quel manoscritto su Savonarola scritto in collaborazione con Antonino, con il suo aiuto, cercando sempre di ripetere e rinnovare quell’attimo felice per far sì che non fuggisse via, mai e per nessun motivo.



***

Gli sembrava a volte, ritrovandolo nel cassetto di legno chiaro insieme ad altri appunti, che gli trasmettesse quelle stesse impressioni che provò in quei giorni d’un Natale lontano di maglioni grigi, di vento freddo e di mare sotto il balcone alto, di doni e di letture, di frutta secca e di momenti in famiglia.

Era come rivivere quel tempo e provare le sensazioni di allora sommate a quelle presenti e vive intorno a lui.

Come due contesti, più vite parallele e conviventi nel suo cuore e nella sua mente.






*****
***
*



Era quasi l’ora di andare a casa.
Le tredici e quindici.

Erano sei ore che Genn si tratteneva in biblioteca, quel sabato mattina di metà marzo.

La scuola era stata quasi deserta nei due giorni precedenti.

Erano i giorni dedicati a due Alunni che se ne erano andati in un incidente stradale, di notte, dopo la cena dei cento giorni, quanti ne mancavano alla fine del loro ultimo anno scolastico delle Superiori, lasciando la scuola sbigottita, mentre correvano con altri amici verso il mare, per scrivere sulla sabbia il voto che avrebbero voluto agli esami di stato.

Giorni di lacrime, di assoluta disperazione per gli Alunni della Scuola dove si trovava la biblioteca dove prestava servizio Genn.

Il giorno prima, nelle dodici ore e passa di biblioteca, per la prima volta si era avvertita nell’aria quella sensazione di immobilità delle cose e dei pensieri che segue un evento compiuto, assoluto, come quello di due Giovani chepartono per sempre e che non vedremo più scendere a prendere un vocabolario per la versione, un codice civile nella grande biblioteca.

La sera precedente, uscendo dalla scuola deserta, con la bandiera segnata a lutto, aveva avvertito il profumo frizzante della primavera passando davanti alla grande basilica del Sacro Cuore, fra una doppia fila di ciliegi giapponesi in fiore, d’un rosa intenso.

Lo stesso profumo di tanti anni prima sentito in posti assai diversi.


Muore giovane chi è caro agli Dei.


I libri delle versioni di greco, al ginnasio, erano pieni di frasi sentenziose e di massime morali e civili relative al mondo d’un tempo, quando era affidata alla scrittura la saggezza ufficiale, e non alle medioteche o ai manuali di internet.

I moderni oracoli si esprimevano su siti web, come gli antichi seguivano l’ispirazione folle e maniaca delle pizie, a Delfi, o i voli delle foglie a Cuma, ove la Sibilla vaticinava nel caos del vento e della malincolìa dell’autunno.


***
*

Del resto, cosa è mai una biblioteca, se non il luogo ove sono custodite le parole accuratamente scritte e stampate degli uomini che hanno desiderato in qualche modo di lasciare messaggi per chi volesse leggerli …

E molti Autori nemmeno volevano questo.

Omero, per primo, non poteva certo avere le fisime editoriali d’un vanesio autore moderno, che prima ancora di scrivere e di pensare contatta un editore, un buon commercialista e si informa su prezzi e compensi, magari a pagina o a colonna, magari studiando la grandezza delle lettere, la carta, i fogli.

Virgilio avrebbe voluto fosse distrutta la sua Eneide, incompiuta perché priva del labor limae

Ma serviva ad Ottaviano Augusto per completare culturalmente la sua politica di pacificazione sociale seguita alle sanguinose guerre civili dopo la morte di Cesare ed iniziata paradossalmente con l’esproprio delle terre di Publio Virgilio Marone, emigrato da Andes presso Mantova a Roma.



Mantua me genuit.
Calabri me rapuere.
Me tenet nunc Partenope.
Cecini pascua, rura, duces.



Così diceva la pietra tombale del grande mantovano, situata presso Napoli, città a lui cara.

***

In fondo, stampare è una scoperta recente, e nemmeno ha reso molto più semplice la comunicazione, anzi spesso l’ha rasa un’attività quasi chiusa e monopolistica, per pochi addetti, quasi per i soli scribi moderni.

Ogni essere vivente, e quindi ogni animale dotato di spirito vitale, ogni piante persine, ogni cosa assoluta, e quindi ogni uomo, che è cosa, essere animato e animale, è dotato di una capacità creativa di idee, immagini e ‘parole’, ossia segni che trasmettano ad altri intenzionalmente o meno qualsiasi sensazione, sentimento o idea.

Ognuno è autore ed editore, concepisce e pubblica, anche senza gli orpelli a volte vanesii e ridicoli delle copertine e delle carte editoriali che spesso nascondono solo operazioni commerciali non sempre intelligenti, quasi sempre vanitose.

Exegi monumentum aere perennius …

Esclamò tempo fa un poeta lucano apulo, accorgendosi che la ‘carta’ su cui erano scritte le sue Odi sarebbe stata alla lunga più duratura del bronzo.

Ma a noi non sono giunti gli originali dei suoi scritti.

Sono giunte le copie.

Mentre i bronzi delle sculture precedenti alle sue opere, i calderoni etruschi coevi e tutti quelli anteriori a lui anche di sette secoli sono in parte egregiamente conservati, e sono gli originali.

Perché la letteratura è proprio questo, un copia copia continuo di pezzi che vanno rapidamente in rovina.


Non solo l’arte stessa è mìmeesis, come diceva Platone, in quanto solo le idee purissime per lui sono compiutamente reali, e quindi non solo ogni attività umana è imitazione, ma lo è a maggior ragione un’attività, cone la scrittura e la letteratura, specialmente dopo la scoperta delle tecniche di stampa. che esalta la capacità di produrre innumerevoli copie una volta stabilito un effimero archetipo che non è altro a sua volta che la ‘prima copia’.


Orazio, in buon lucano esperto di poesia blandamente satirica e celebrativa, amante della vita frugale e semplice e poco incline ad avvezzarsi al caos della vita cittadina, preferendo soggiornare in un podere della Sabina, non lontano da Roma ma sufficientemente appartato dal suo disordine, aveva intuito che il caos delle fotocopiatrici produce un effimero valore di eternità a qualsiasi documento alfabetico o fotografico, rendendo spesso le copie, adeguatamente ‘computerizzate’, più fedeli addirittura dell’originale.

Così ogni uomo desidera che qualcosa di quello che ha detto sia ricordato, sia valutato e apprezzato sinceramente, e magari amato.

Anche appena un poco.

E quello che lasciano gli uomini, è scritto nel cuore dei figli, ed ogni figlio ne ha un ricordo diverso e complementare.

Un Padre non è un Padre solo, ma è un Padre per ogni figlio che ha.

Per questo mio Padre non può essere il Padre di mio fratello.

Il Padre di mio fratello sarà ‘suo’ Padre, perché con lui deve essere stato diverso.


***


Così ogni Autore è diverso, da lettore a lettore.

E di tutte le infinite cose che le sua mente pensa, una piccolissima parte resta ed è racchiusa nelle sue opere scritte, se ne ha lasciate.

Dio stesso, Autore delle Sacre Scritture, di sé, del cosmo infinito, di tutto l’universo, ci ha dato pochi libri, e di questi sono Autori materiali i Profeti e gli Evangelisti.

Molti di essi erano praticamente analfabeti.

Ma questo conferma l’idea apparentemente strana che la letteratura preesiste all’esistenza stessa ed alla ‘scoperta’ della letteratura e dell’alfabeto.

Del resto, non ha Omero creato insuperabili opere letterarie in un’epoca in cui alfabeto e letterature … non esistevano?
La mente, la Memoria, l’Ispirazione, che un tempo erano chiamate Mnemosyne, Muse, Thèia Manìa, sono di per sé stesse carta, computer, stampa.

Ogni Uomo è scrittore e poeta, editore e tipografo, dentro di sé.


Pensa e progetta, e ‘pubblica’, con la parola, che si scrive più o meno indelebilmente nell’animo degli altri, che sono quindi la … sua biblioteca, ante litteram, ove i libri sono promesse, idee, impressioni, giudizi, non mattoni di carta, e quindi facilmente memorizzabili, ma anche facili da distorcere o dimenticare, sebbene nessuna operazione sia per la nostra mente più difficile del dimenticare.



Siamo, quindi, tutti degli uomini libri.


Siamo continuamente considerati, contenuti, rielaborati nella mente di chi ci vede, ci sente.
I nostri messaggi, intenzionali o meno, più o meno rielaborati, risiedono accanto ai sentimenti altrui.
Amici e nemici comprendono, dimenticano, apprezzano o disprezzano la parte di noi che può essere trasmessa, quasi rubata.

E’ come se non portassimo gli altri dentro di noi, così i nostri simili sono dentro la nostra mente, messaggi incisi dentro un contenitore, una teka, sconfinato perché incommensurabile e senza confini palpabili.

Montagne, stelle, deserti, pianure considerevoli, lo stesso universo possono essere ridotti ad un’idea senza dimensioni.

Come l’affetto dei cari o l’antipatia, la fedeltà degli amici ed il loro tradimento, tutto e l’opposto di tutto.



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Così la persona, che in latino voleva dire maschera, dall’etrusco phersu, che ci ha detto e scritto qualcosa, in realtà è presente in noi, con il suo messaggio, come è presente il sole con il suo calore, e sono presenti le sue Grandi Sorelle, le stelle, con la luce che ci spediscono, e che arriva anche quando loro non ci sono più.

La luce è una lettera, un messaggio che viaggia ad una velocità enorme per noi, ma modesta per l’infinità dello spazio.

Quando una stella collassa, la sua luce continua a viaggiare, e quindi possiamo vedere l’astro anche quando non c’è più.

La luce per noi spesso è la stella stessa.

Un libro è la luce d’un Autore, e ci arriva anche quando lui non c’è più, o tace, o è comunque assente.

In una biblioteca sono presenti non le opere, ma gli Autori stessi.

Nelle sere buie, fredde e solitarie d’una biblioteca, quando la pioggia fuori sferza i vetri e il vento squassa gli alberi attoniti sbatacchiandone i rami, nella luce fioca e tremolante delle lampade un bibliotecario solo apparentemente è solo, ed una biblioteca in realtà non è mai deserta, ma è piena di centinaia, di migliaia di Autori che parlano e si scambiano le loro idee, magari si copiano.

Soltanto chi veramente sa cosa è un libro ne avverte la presentia absens, la presenza assente.

Sono felici quando un giovane prende un loro libro.
Gli Autori vivono nelle loro pagine e desiderano essere letti.
Qualcuno, magari un po’ scapigliato, vorrebbe esser divano …
E probabilmente è per questo che nell’opinione comune nelle biblioteche si dorme, si sonnecchia, ci si abbiocca, si schiacciano pisolini e si subisce lo scapuzzone.

Il motivo profondo è che la maggioranza dei frequentatori, i più fra essi, vogliono essere letti, ne consegue un sonno generalizzato fra gli utenti …


***

Se volessero essere solo divani, oppure poltroncine senza poggiabraccia, o sedie, tutto sarebbe più facile e gli utenti sarebbero assaliti meno spesso da un dolce sonno rasserenatore, fra un paragrafo e l’altro.




Certamente, è lecito a volte scherzarci su, e non è affatto proibito dire il vero sia pure con facezie, non proprio ridendo, ma sorridendo divertiti.

Satura castigat ridendo mores.
E’ possibile addirittura correggere i costumi, col riso.

Ma non sia smodato, sia piuttosto un sorriso gentile eppure tenace, forte, capace di contagiare e purificare sul piano etico.

***

‘Risus abundat in mensa cineforum’ … anzi … ‘cinesorum’ …




h venerdì 22 dicembre 2006


Aveva fatto conoscenza con le biblioteche fin da piccolo.

A casa dello zio Leandro, nipote di don Michele, medico e appassionato di letteratura, aveva sempre potuto vedere migliaia di libri ordinatamente sistemati lungo le pareti d’una confortevole camera ai piani superiori della sua casa lungo il corso del paese.

Quella era una biblioteca, non una grande biblioteca pubblica ma certamente un’ampia raccolta ordinata per generi, completa d’una parte medico scientifica e d’un’altra umanistico letteraria.

Lo zio sedeva volentieri nella stanza dei libri, intento a leggere e spesso riassumeva ordinatamente quanto aveva letto, come uno studente diligente, anche se presumibilmente nessuno lo avrebbe mai controllato come di regola si fa con gli alunni.

Quando Genn capitava in quella stanza, veniva assalito come da una piccola ansia di prestazione.

Chi e come avrebbe potuto leggere tutta quella carta?
E come riuscire a conservare tutti quei libri, e per chi?


***

A volte lo zio si tratteneva nella sua biblio per dipingere.
Dipingeva qualsiasi soggetto, per lo più paesaggi, vedute, ed usava tavolette di legno e di cartone, non tele.

Alcuni paesaggi erano paesani, di Polilitio, ma c’erano anche vedute della Grecia, templi, vassoi di frutta, trote, un autoritratto.



Aveva anche dipinto una intera parete della cucina con una veduta che raffigurava una ampia terrazza aperta su un paesaggio verde, come quello che si poteva apprezzare dalla terrazza, aperta verso Pratopiano, la città più importante delle regione, verso la piana del Trigno e del Verrino, esposta a scirocco, verso quel mezzogiorno sorgente di civiltà da tempo addormentato e impigrito, in attesa d’un risveglio auspicato da tanti ma non favorito nei fatti da alcuno.


***

Il dolce sud, con le sue campagne non sempre del tutto coltivate e le colline a perdita d’occhio.

I suoi boschi cedui pieni di sorgenti nascoste, i suoi boschi di abete con i funghi buoni da arrostire e l’ombra fresca e ristoratrice.

La sua gente e le sue parlate a volte cantilenate, la sua cucina saporita, le sue verdure scure e la passione per le questioni da rendere irresolubili, sul piano umano, sul piano giuridico e persino sul piano clinico.

La soluzione d’un problema molto spesso può essere rappresentata anche dal renderlo cronico, eterno, così da annullare l’ansia derivante dal dover cambiare atteggiamento e abitudini alla sua fine.

*
La fine d’un’influenza invernale, d’una bronchite, è positiva, la fine e la guarigione clinica da un malanno sono cose buone, ma la fine d’una lite può essere persino fastidiosa quando il rancore si è radicato come una punizione ad una colpa, una giusta vendetta, magari incruenta ma piena di soddisfazione e persino di una qualche gratificazione.


Che dire poi della fine d’un qualche presunto atteggiamento psichico troppo originale, o della sua attenuazione, o addirittura della scoperta della sua inesistenza?

Comporterebbe tutta una serie di correlativi cambiamenti nel comportamento contestuale, addirittura dei mea culpa per le erronee valutazioni e i giudizi negativi, l’emarginazione, l’isolamento.



Per questo il contesto preferisce, forse perché tutto sommato è la più parsimoniosa delle scelte, e la scelta economica è fra le più selezionate, considerare cronicizzato e definitivo qualsiasi ruolo e atteggiamento assunto da un individuo che sia stato valutato e giudicato secondo canoni che si vogliono considerare immutabili.



Tornare sui prorpi passi è fastidioso, penoso, tedioso, talvolta doloroso, sempre assai dispendioso.


Vale per il singolo, questo, ma naturalmente molto di più per un gruppo, per un complesso di individui.




***

**

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Genn aveva avuto un’infanzia felice, a Polilitio.
E questo fattore, man mano che gli anni passano, si rivela sempre deleterio per la vita futura.
E’ meglio annoiarsi nella prima parte del libro e divertirsi poi, o mescolare noia e gaudio man mano che le pagine scorrono.

Invece, quando tutto il piacere viene prima, poi non resta che noia e sussiego, fatalmente.

Giunto all’età di undici anni all’incirca, dovette sostenere gli esami di ammissione alla scuola media, e a onore del vero si portò meglio di quello che il suo recente passato di ciclista e sciatore facesse presupporre.

Riportò una scandalosa media dell’otto.

Questo comportò l’attribuzione d’una borsa di studio che gli assicurò studi a spese dello Stato per otto anni, con notevole sollievo economico per la sua famiglia.

Era diventato, senza nemmeno rendersene conto, un socio del papà nella conduzione della casa.

All’età di undici anni aveva iniziato a lavorare, praticamente, e nonostante questo, o forse per questo, si sarebbe guadagnata per il futuro insieme alla sua retta statale una specie di fama di ragazzo triste, di testa piena di nuvole, per un suo atteggiamento sempre apparentemente svagato e quasi perso nell’idea fissa della nostalgia della casa, nella ricerca d’una famiglia che gli pareva ormai irraggiungibile, come in una corsa lunghissima.

***

In tutto questo il vero problema, che poi nemmeno problema era, consisteva nel fatto che avrebbe dovuto rimanere

lontano da casa per otto anni e frequentare le medie fino al liceo in un convitto nazionale situato a Pratopiano, nel capoluogo della sua provincia, futuro capoluogo di regione.


***

C’è qualcosa di assai stupido in questo atteggiamento e nella nostalgia in generale.
Il dolore per il ritorno.

Se il ritorno non avviene, s’intende.

Il dolore di Odisseo, per vent’anni, non soffocato da avventure e disavventure, da ninfe e da principesse, da promesse e da minacce.

Si potrebbe stare così bene e farsi nuovi amici, una volta fuori casa.

Cercare evasioni affettive, distrazioni.
Chiacchierare e starsene tranquilli.


***

Prendersela con chi è rimasto a casa al calduccio, accanto al fuoco.

E invece, stupidamente e inspiegabilmente, si soffre, si pensa ai gatti, ai genitori, al prorpio letto vuoto, al paese.

*
E mentre gli altri vivono, si vive una vita dimezzata
e si finisce con l’essere compatiti e derisi dai propri parenti più cari.






Carissima

desidero proprio aggiornarti, in questa nostra cara Italia colma di aggiornamenti d’ogni tipo, su alcune mie piccole questioni.
Sarà un’epistola de re familiari.
Ti conosco come persona serena, e ti tranquillizzo subito: non sono questioni gravi e non coinvolgono nessuno se non in quel terreno che nessuno vuole e che chiamiamo passato.
Con tutto il rispetto per l’archeologia.
Per lo più molti disprezzano il passato e praticano erroneamente l’etica del carpe diem.
Ricordo un film molto bello, con Robin Williams dove questa espressione oraziana veniva tradotta ‘l’attimo fuggente’.
Era ardita l’ellissi del verbo, che in latino, lingua pratica, invece esprime quasi sonoramente l’atto del ghermire rapido.

“Carpe … “


Nel 1958, quando avevo undici anni e da due avevo una sorella, dovetti sostenere gli esami di ammissione alla scuola media.

Riportai una buona media, mi sembra, se non erro, dell’otto, e risultai vincitore d’una borsa di studio nel Convitto Nazionale Mario Pagano, dove avevano studiato anche zio Francesco e papà Antonino.

Questo vuol dire che per otto anni (otto è un numero speciale, per me) restai in collegio praticamente a spese dello stato, e quindi sollevai la famiglia delle spese del mio sostentamento.

Non rinunciai però all’affetto ed alla speranza, mai realizzata, di tornare nel paese natìo una volta finiti gli studi.

Gli anni del collegio per me furono, ma questo è solo un dettaglio, la fine d’una età felice e l’inizio d’un periodo pesante e faticoso.

Non mi abituai mai al convitto, a restare chiuso dentro per mesi.
Riconosco che non fui certo all’altezza delle prestazioni con cui entrai in collegio.
Studiavo quel tanto che bastava per la pura promozione.
Se fossi stato bocciato, del resto, sarebbe stato un bel colpo sul piano economico per la famiglia.
Ma non accadde mai che mi bocciassero.

*

E del resto, se questa cara Italia ha sopportato l’uomo della Provvidenza, qualcuno si è ritrovato il ragazzo della sufficienza.

Sono contento di non essere stato un secchione, un adulatore della scuola in generale e dei professori in particolare.

***

Ma comunque, fra momenti di malinconia e giornate di nostalgia, arrivai al 1966.

Con mia buona sorpresa fui catapultato in Toscana, in un contesto molto diverso.


Ma qualcosa accadde nel 1962.

Zio Antonino Vassolo, il medico fratello di don Oreste e nipote del parroco Don Michele, lasciò la casa di corso sannitico a mamma, con preghiera di lasciarla a me, affinchè avessi cura della sua ‘biblioteca’, formata da vecchi libri di varia umanità, di medicina e di narrativa.

Come puoi osservare, fin dall’età di undici anni, certo non per mio solo merito, mi guadagno, diciamo così, il pane e dall’età di quattordici anni sono bibliotecario, sia pure ‘sine clave’, di una raccolta di libri fra cui piccoli autografi di D’Annunzio e Benedetto Croce.

Queste cose le avevo praticamente dimenticate, come succede per le cose importanti, eppure è stato straordinario come un bamboccetto sia riuscito a fare qualcosa di economicamente valido, e addirittura il bibliotecario senza poter disporre della biblioteca per l’età ancora troppo giovanile prima e per la distanza enorme dal paese poi, senza che nessuno nemmeno se ne sia accorto.

Nel 1991, dopo una ventina di anni di insegnamento in vari Istituti e Licei, fra cui il Dante di Orbetello, proprio quando mia sorella, a giugno, era operata a Siena, ed in condizioni affatto difficili anche per me che per un mese intero andai da lei, dedicandomi ad imbiancare la casa di mattino per desiderio di Mamma, la mia scuola prese una decisione assai singolare.

Fu deciso di affiancare al liceo classico un liceo linguistico, e dopo cinque anni la mia sezione, che si può dire avevo per buona parte visto crescere dopo il mio arrivo, fino ad arrivare dalle due classi del ginnasio alle tre finali del liceo, fu definitivamente eliminata.

Mi ricordo che invano cercai di farmi una ragione.


Avevo impiegato anni a crearmi un metodo, uno stile, e mi ritrovavo in un tipo di scuola a me estraneo, quando avrebbero potuto affidarmi il ginnasio.

Ma insomma, quando arrivai al 1995 mi affidarono l’incarico di preparare il testo della Carta dei Diritti e dei Doveri nella Scuola.

Lavorai al testo per mesi, con molto impegno, ed a settembre del 1996 il preside di nuovo incarico, temporeggiava nell’approvarlo, insieme al collegio dei docenti.

Mi trovai in una situazione piuttosto complessa, con una classe di alunni riottosa e pigra, un preside sulle cui capacità non mi pronunciai ed un gruppo di ‘colleghi’ che scelsero la strada della neutralità deponente.

Non potevo che procedere.


Longius progressus eram quam qui regredi posset …
Mi ero spinto troppo avanti per poter tornare indietro …


E qui voglio dire che le critiche espresse da un gruppo di genitori e da una classe nei miei confronti, furono assolutamente infondate.


Tra l’altro il sostituto della Procura della Repubblica di Grosseto, dopo purtroppo almeno due anni, si pronunciò su di me scrivendo …


…Il professore Di Iacovo è rimasto in servizio nonostante la contestazione degli alunni …


Le critiche che mi rivolgevano gli ‘alunni’ (cui va comunque il mio rispetto e la mia simpatia, come a tutti gli Alunni che ho avuto e che avrò, perché ho quattro abilitazioni all’insegnamento e nessuno mi potrà mai impedire di insegnare, sempre che sia assolutamente necessario e che mi si chieda espressamente magari dalle istituzioni che di insegnamento si interessano) ancora le ricordo.

Dicevano che li avevo aiutati, che qualche volta avevo parlato di mia Madre e di Argo, che non erano d’accordo con i miei metodi didattici, che parlavo greco (questa è esilarante) ed altre spiritosaggini.

La verità è che aspetto ancora (è incredibile come io sappia aspettare) una relazione sui Malavoglia di Giovanni Verga che avevo loro assegnato l’anno prima e che mai mi hanno consegnato.
E sono passati dieci anni.

Ma fu tale la confusione e il polverone contro di me, che ero completamente solo, senza nessuno che potesse dirmi qualcosa, tranne il mio carissimo Argo, che mi sosteneva con la sua incrollabile fiducia, che alla fine giunse l’ispettore, e fu un sollievo.


In pochi giorni raccontai tutto.

Dal principio.

***
Di come nell’ 86, dieci anni dopo essere arrivato al liceo Dante Alighieri, con sollecitazione dello stesso suo Preside di allora, di ritorno da un incontro di carattere scolastico avvenuto a Grosseto a casa di quel preside ormai in pensione, ero stato affrontato una sera da un folto gruppo di giovani, occasionalmente irritati dalla mia persona.


In definitiva, carissima, io non sono uno che si lamenta, ma uno che propone e consiglia, e questa mia attività ‘profetica’
mi ha spesso postato ad una specie di isolamento, organizzato dal contesto nei miei confronti.


Quando nell’86 ebbi quella avventura abbastanza poco catastematica e catartica, e quindi non del tutto tragica, era di maggio.

Era il 22 maggio, Santa Rita.

Qualche anno dopo Mamma volle che la portassi ad Assisi ed a Cascia.
Venne con noi anche Argo.

Al ritorno ricordo una pioggia fortissima.

Ad Assisi pranzammo in un ristorante assai gradevole.
Argo ci aspettava in macchina.

Non credo che nessuno possa farci del male, mai, e non credo nemmeno nel perdono, che secondo me è un atto di presunzione ed un’offesa per chi ci avrebbe offeso.

Ma i sacrifici che ha eventualmente patito Argo, che ha dovuto con me lasciare la casa di Porto Santo Stefano in un trasferimento assi complesso che ho dovuto organizzare per aver cambiato scuola, erano per me assai più fastidiosi del mio peregrinare annuale da una scuola all’altra.

**

Eppure, per anni abbiamo avuto un po’ di sollievo, lontano da un ambiente che era divenuto davvero pesante per colpa soprattutto d’una scuola indifferente, i cui protagonisti d’altro canto stanno eclissandosi per trascorsi limiti.

**
E stavo sparendo anch’io, il 25 marzo 2004, diciotto giorni dopo aver salutato Argo, che mi ha preceduto nel grande viaggio, accanto a me come quando era piccolo.


Tornando a casa in bicicletta sono stato investito e scaraventato in aria da un furgone.

Mentre ero volavo ho pensato quello che per anni pensavo, quando mi spaventava l’idea d’un infortunio.
“E ora, come faccio con Argo, chi penserà a lui …?”

Prima ancora di cadere rovinosamente e di schiena a terra mi sono ricordato che Argo era morto, ed avevo al collo un suo collare amaranto.

Credo che qualcuno, e posso immaginare chi, Argo, o forse Antonino, chissà, mi abbia sorretto con quella catena di metallo del mio Pastore.


La porto sempre con me.
Qualche volta, per umiltà, perché sono il cane del mio cane, se lui mi vorrà, la metto al collo.
La comprai a Santo Stefano l’ultima estate che è stato con noi, quando trovai le gattine che poi portammo a Grosseto.
Loi, Yle e Silva, perché le trovai in un bosco presso il monte dove per anni sono stato in bicicletta, ogni giorno.


*** Pensa che da insegnante e da capo d’istituto non avevo mai fatto che pochissime assenze al liceo, e spesso, anzi, avevo insegnato anche da preside, quando, una volta nominato nel 1989, , il provveditorato tardava a mandarmi la supplente, che arrivò dopo Natale, a Gennaio.


Nessuno dei miei parenti mi ha mai chiesto di raccontare queste cose.


** Ne parlavo con zio Rinaldo, mesi fa.
Neppure lui è mai entrato nel merito.


Del resto, sono sempre stato apparentemente taciturno, poco incline alla politica intesa come persuasione e condizionamento, alla rete sociale, come la chiamano.

Guai a non avere un pozzo di conoscenze, a non saperle conservare senza irritarle, a non sapere conversare in modo ameno depositando al momento opportuno informazioni adeguate.

*
Ho sempre vissuto, dopo il 1971, quando morì Antonino, con il terrore che a Mamma e a mia sorella succedesse qualcosa di poco gradevole.
Si, ero come un cane, come amabilmente mi disse una volta mia sorella, perché ero ubbidiente e fedele.
Questa affermazioni sono sciocche, perché forse mi convinsero ad essere ogni tanto come un cane fedele e mansueto, si, ma anche a volte come un cane permaloso.

**
Eppure, se ho abbaiato, non ho mai morso.
Ho, tra l’altro, denti non proprio adatti a questo.

***

Insomma, carissima, adesso capisco che ero nato per fare il re, ma strada facendo ho evitato, e non per mia specifica scelta, l’onore e l’onere, ed ho invece dovuto assistere allo smantellamento lento e inesorabile d’un piccolo grande regno.


Le grandi proprietà di famiglia furono lentamente cedute allo Stato, ossia alienate e vendute, dai fratelli e dalle sorelle di Mamma.


Questa vendita iniziò alla morte di Nonno Gennaro e continuò per quasi diciotto anni, fino al 1970, quando fu stipulato un atto notarile con la divisione dei beni, a conclusione della vicenda, senza includere i boschi, ceduti a parte.


Di tutto questo, Mamma ebbe alcune case ridotte a dire il vero in pessime condizioni, tanto da costituire fonte di preoccupazione, ancor più che eredità utile.

Inoltre, in quell’anno, che precedeva quello della morte di Antonino, si era ormai realizzato il trasferimento della famiglia in Toscana, cosa che impediva di occuparsi di fatto degli interessi della famiglia, delle vecchie case, tra cui quella natale, in Via Castello o Vico del Sole.

Adesso capisco la grandezza di mia Madre, nei momenti difficili, difficilissimi.
Ha saputo senza mezzi recuperare in situazioni quasi impossibili.

Fu costretta a vendere la casa di zio Antonino Vassolo, quella con la mia biblioteca, che doveva essere essa stessa mia, nel 1972, al termine del mio servizio militare.

Quei soldi servirono e furono una base ed un sostegno di sicurezza economica per qualche anno in famiglia.

In quel periodo cominciai ad insegnare.

Solo nel 1975 feci il mio ingresso nel Dante Alighieri, piccolo ginnasio liceo.

Ero al Nautico, a Santo Stefano, ed avevo avuto una cattedra per tutto l’anno, a pochi metri da casa.

Invece telefonò il preside del Liceo, un bravo docente di lettere classiche, pregandomi di accettare tre ore di greco, cui si aggiunsero sei ore di Arte e cinque di Italiano e Storia a Manciano.

In più avevo fino alla fine dell’anno i Corsi Abilitanti a Grosseto.

Così divenni il professore anche di mia sorella.

Non fu certo un buon affare, a conti fatti, accettare un posto cattedra così caotico.
Tra l’altro, al contrario di comuni come Massa Marittima, il comune di Orbetello era refrattario all’idea di occuparsi di scuole superiori.

Con mio grande dispiacere.

Quando, negli anni ’80, iniziai a proporre alla scuola ed al Comune di interessarsi per la costruzione d’una scuola nuova, che ospitasse tutte le scuole superiori della cittadina, fui subito ascoltato con diffidenza.

Era come se tutti i cittadini di quel paese felice non volessero pensare che un giorno i loro figli si sarebbero trovati in difficoltà, visto che in pratica non esistevano edifici adeguati alla scuole superiori, come il professionale e il liceo, che venivano ospitate in locali rimediati, destinati ad altre funzioni, e ‘prestati’ a quelle scuole.

Così, per aver fatto il fratellino dei miei alunni, sono diventato antipatico a colleghi e similari.

C’è da aggiungere che nella mia carriera di docente al liceo ed al ginnasio, tranne pochissime eccezioni, avevo scelto la strada della non bocciatura degli Alunni, naturalmente con il massimo dell’impegno nel sostegno e nell’aiuto consentito a tutti, per conseguire l’idoneità all’anno successivo.

Insomma, mia cara, quello che dovevo fare, l’ho bell’e fatto.
Aggiungeremo qualche ritocchino.

*
Questo somaro (animale caro a Gesù, ma anche a tanti lavoratori veri), o questo ‘catunzo’, o ‘torturo’, come direbbero nel Molise, non è mai stato brillante e forte come l’oro, come le Ferrari, ma credo che sia un buon pezzo di ferro, non del tutto rugginoso, spero.

La Polis sannita mi ha comunicato, proprio il 2 febbraio, giorno in cui morì Mamma, che vuole realizzare in modo originale quello che potrei definire, con qualche ritocco ‘laico’, se i sanniti non avessero considerato sacre anche le opere ‘laiche’, diremmo noi, purché dedicate all’arte ed alla cultura, e quindi non ‘profane’, ossia estranee al Tempio, e sacre ad Apollo, dio della luce e della conoscenza in senso lato, un mio vecchio e assai caro progetto mai dimenticato, a cui ho ‘lavorato’ per anni.

Devi sapere, ma sei stata fra le prime a cui lo dissi, e questo fu a Firenze, che il 22 maggio (ricorre ancora questa data) 1971 mio Padre mi disse che gli era sembrato di vedere una grande luce, sul mare.

Quel giorno era a Santo Stefano, perché aveva voluto tornare a casa dall’Umberto I.
Aveva ascoltato Let it be di Paul Mc Cartney.

Ne era rimasto entusiasta.

Mi disse anche che gli era sembrato a Roma di ascoltare una voce, la voce di Mother Mary, e che questa voce gli dicesse di desiderare un tempio su Monte Argentario.

Non ti dico, dopo avere superato l’emozione grandissima che provavo quando leggevo il memoriale scritto da papà, come dopo diversi anni cominciai a comunicare con il Vescovo di Soana e con il Vaticano.

Dopotutto, ero il Coadiutore del Centro Culturale Tre Fontane.

Anche se un coadiutore affatto originale.
Ma sentivo di dovere fare qualcosa per un mio grande Amico, compagno di sci e di nuoto, di bici e di studio, a costo di essere considerato matto.
So che lui mi ammoniva a non fare e dire stranezze, ed anch’io gli consigliai di non esporsi, perché temevo che si esponesse al ridicolo.

Ma adesso so di avere fatto bene.
Il figlio e il Padre sono la stessa cosa, ed il voglio che lui sia valutato positivamente, mentre possono, anzi, potete attribuire a me ogni errore.

All’uomo della sufficienza.

***

Adesso si parla tanto delle Donne e dei Giovani, ma cosa si fa realmente per loro?
Ebbene, proprio nello scritto di Antonino si parla della sacralità dei Giovani e delle Donne e si dedica a loro lo scritto.

Solo negli ultimi anni è nata nella scuola, soprattutto, e nella chiesa la considerazione retorica del giovane e della donna, ma fin dal 1971 ho letto un’anticipazione di queste due entità e valori assoluti.

Il Tempio non è solo una Chiesa perduta nei campi, è la scuola per i giovani, è la casa della dignità della memoria, è quella che gli antichi chiamarono biblioteca e museo, sede non solo di papiri e libri, ma di presenze sacre, dimora di Mnemosyne e delle Muse, di Apollo.

E se ci diranno che siamo pieni di tristezza, a volte, e di allegria, altre, ossia che siamo ‘bipolari’, risponderemo che anche Giano, l’unico dio italico, il dio autentico di Roma, divinità della Pace e della Guerra, simul ac eodem tempore, era un bipolare, ed era tuttavia dio, con una personalità solo apparentemente dicotomica ed opposta.

***

Ho trasmesso il memoriale che ebbi da papà e varie mie lettere, molte della quali in latino, al Pontefice Massimo della Chiesa Romana.

Non mi si chieda quali sono stati i risultati.


Ma qualcosa di bello è stato quando Giovanni Paolo II per tre volte mi ha fatto scrivere.

In una lettere, mi si impartiva una speciale benedizione apostolica per me e per i miei.

Risposi, dicendo che potevo benedire chiunque, se solo in qualche modo fosse stato mio … un amico … un parente … uomo, cosa o animale …

E persino, scherzando, chiesi a Giovanni Paolo II di considerarmi un suo modesto insegnante di grammatica, senza alcuna presunzione.

Mi risposero assai benevolmente dal Vaticano aggiungendo una benedizione ulteriore.

L’importante non è che si costruisca.

L’importante è che si immagini già un tempio, che può essere solo il fatto che io pensi ogni giorno a mio Padre.

E pensa, adesso ho tre mesi in più di quanti anni avesse lui il 9 luglio 1971.

***

Immaginavo tempo fa che un ciclista, anche se è solo, non è solo.
Se uno ha un po’ di sentimenti, ‘sente’ la presenza di tanti intorno a lui.
Lui mi ha sempre preceduto, ed ho dovuto pedalare per tanti chilometri quanti neppure Gastone Nencini ne ha mai fatti, per affiancarlo.

Adesso pedalo con lui.


E in un piccolo caro paese del Molise, se vogliono usare la mia poca terra per costruire un Museo, lo facciano pure.
Così Antonino e tutti gli altri saprà dove una Casa Sannita lo aspetta, quando si sentiranno soli.

§§

§

Mi ricordo, al tempo della fotografia del leone, quando venimmo a Roma e mi capitò di dormire forse nella tua camera, circondato da libri fin sopra la testa.
Mi piaceva.

Quando sono nella grande biblioteca della scuola ove lavoro, che tra l’altro da sola è più ampia di tutti gli uffici della Segreteria, tanto che potresti passeggiarci come in una palestra, mi accorgo di quelle che sono la mancanze della scuola.

In questi anni, sempre pensando all’ apprendimento, più che all’insegnamento, mi sono divertito a scrivere diversi ‘romanzi’ e dialoghi.

A volte la vena polemica prevaleva, nella scrittura, e così ho dovuto più volte rileggere e sfrondare, limare e correggere le mie pagine.

Del resto il labor limae era raccomandato dai più grandi poeti latini.
Il culto della forma non è solo dei buoni scrittori, ma anche dei buoni artigiani, degli artisti in generale.

Verso il 1982 fui invitato a Massa Marittima dai miei Alunni del Ginnasio di qualche anno prima.

Un’Alunna, Eleonora Agostini, figlia d’un medico del locale Ospedale, mi regalò un bel libro, Memorie di Adriano.

… Hospes comesque mihi …

So che anche tu ami quel libro.

Hospes comesque mihi …


Gli epicurei avevano ereditato da Aristotele la cura della forma.
La sostenza stessa si completa nella forma.

E’ l’entelechìa.

Con la mia manìa, del resto innocua, della citazione, rischio che qualcuno pensi che … sia una parolaccia.

Nemmeno nel mio passato liceo hanno mai realmente affermato che ho pronunciato delle ‘parolacce’.
In effetti, gli alunni della mia ultima classe del linguistico erano quelli che nuotavano nella Rari nantes della piscina dell’Argentario.

E non bisogna aver letto l’Eneide per intuire che ogni parola, travisata, può essere un’offesa per gente troppo permalosa o con la coda di paglia.
Resta comunque dovere irrevocabile d’ogni vero amico o educatore indicare il fatto o la parola, il comportamento o il gesto erronei, qualora siano compiuti inavvertitamente, come pure vale la pena di segnalarli anche se siano intenzionali, senza lasciare nella malizia dell’incomprensione e del mistero l’errore o l’imperfezione.

Da parte mia, non ho mai corretto i compiti dei miei Alunni senza indicare chiaramente il perché e l’alternativa.

Adesso, nel 2006, i giornali pubblicano la rabbia degli attuali Alunni di Orbetello per le condizioni disastrose delle loro scuole.

Pazienza, fra venti o trenta anni ne avranno di nuove, ammesso che esista ancora a quel tempo la voglia di fare scuola e fare scuole, visto l’andamento disastroso della pubblica educazione, dell’università e della ricerca.

Quando studiavo all’università la Sapienza di Roma mi fu proposto dal prof Gaeta, storia della Riforma e della Controriforma, di restare a studiare con lui come ricercatore.

Ma dovevo tornare a casa, perché mi sembrava, presuntuoso, che ci fosse bisogno di me.
Dovevo cercar lavoro, e presto.

Forse sbagliai, per pigrizia, per paura.

Ma quanto avrei gravato sulla famiglia?

Troppo.

Così, fatto il militare, iniziai con le scuole serali, poi con l’ITI ed il liceo, con un passaggio radente sul Nautico.

Oggi, dopo che da dieci anni giro fra insegnamento e consigli per la lettura, non ancora è stata completata la riforma della Scuola, che avrebbe dovuto essere un atto breve, seguito da anni di realizzazione.

Invece è una riforma infinita.

Ricordo che nel 1986, quando scrivevo ad illustri parlamentari per arricchire le mie lezioni di educazione civica, mi rispose Nilde Jotti con una lettera cortesissima e mi inviò due testi della costituzione, uno per me ed uno per gli Alunni.

Ho ancora testo e lettera, mentre la copia consegnata alla preside non fu collocata in biblioteca, ma semplicemente inserita
come un opuscolo in uno scaffale dove la ritrovai quando fui nominato preside.

***

Quando l’ispettore Lupi, chiamato nel liceo nell’ottobre del 1996 e improvvisamente scomparso nel maggio dello stesso anno, scrisse la sua relazione, che mi fu fatta leggere solo a febbraio, tre mesi prima quindi della sua morte, sostenne che sarebbe stato sufficiente che io rimanessi un mese lontano dalla scuola, escludendo la necessità d’un trasferimento, come proponeva il provveditore, e la eventualità d’un impiego ad altra mansione.

Consigliava anche, eventualmente, un provvedimento di censura.
Le misure consigliate da un esperto validissimo della didattica scolastica erano queste, e sarei stato persino d’accordo.

§§§

§§

§

… Ma i …I colleghi e la … ‘mia’ scuola … il … ‘mio’ liceo … del resto mi avevano già sistemato nel ’91, cinque anni prima, eliminando il ‘mio’ corso di lingua e letteratura latina e greca per far posto, scelta che negli anni seguenti si sarebbe rivelata non strettamente necessaria visto il buon andamento delle iscrizioni negli studi classici, a studi di lingue moderne.

Rispetto ed amo le lingue in genere, ma quella che per me poteva essere una comoda vacanza, un prepensionamento per la leggerezza dell’impegno che richiedeva, divenne una trappola insidiosa.

Dovetti attendere per qualche tempo a casa l’esito responsoriale sulle mie sorti.

Passarono mesi senza che sapessi nulla.

Vivevo senza paura né angoscia, completamente solo, con Argo, senza che nessuno mi parlasse a telefono o in altro modo.

§§§

A febbraio fui chiamato nel ‘mio’ liceo a impiegato in supplenze saltuarie.

La mia ultima lezione, in una terza liceo, fu sulla satira latina, da Lucilio ad Orazio, Giovenale e Persio.

Un argomento che ancora adesso potrei affrontare con una buona conoscenza e competenza, visto che era fra le mie monografie preferite.

Pubblicai anche un lungo saggio su questo tema, dedicandolo a mio Padre Antonino sulla rivista letterarie Alla Bottega di Milano.

***
Poi il preside mi sistemò in biblioteca, senza nessun incarico specifico, come si usa nelle biblioteche scolastiche in Italia, affidate per poche ore settimanali ai docenti spesso in assenza di regolamenti e specifiche programmazioni.

In pochi giorni effettuai un monitoraggio di tutti i libri presenti e mancanti nella biblioteca che io stesso avevo rimesso a posto libro per libro nel 1989\90.

Risultavano assenti centinaia di volumi, dispersi per non so quale motivo dalla data della mia presidenza e dell’ultimo anno in cui mi ero interessato della biblioteca, il 1991.


Il risultato del mio esame, scritto su floppy, fu comunicato al preside.

Fui rispedito a casa e nel mese di maggio, il giorno sette, mi presentai come era stato deciso dalla Scuola in provveditorato e poi nella biblioteca del Professionale di Orbetello, dove trovai i libri ammucchiati al centro della stanza.

Fui poi accompagnato in ufficio, in via Guerrazzi.

Era polveroso, pieno di faldoni di vecchie pratiche e della Gazzetta Ufficiale.

Dovevo stare lì sei ore al giorno.

Per una questione assolutamente umana, per vedere anche qualcuno intorno a me, accettai dopo averne parlato col presidente del distretto scolastico di riorganizzare la biblioteca del professionale ed altre biblioteche scolastiche.

L’incarico che mi era stato conferito era di coordinatore delle biblioteche scolastiche del distretto 37.

Teoricamente avrei dovuto interessarmi di centinaia di biblioteche sparse in un territorio vastissimo.

Ma come?

Nell’ufficio del distretto c’era un vecchissimo computer, quasi inutilizzabile.


Era stato dato al distretto dalla biblioteca pedagogica fiorentina nel 1986, all’epoca di un corso di aggiornamento per docenti.


Così mi decisi a lavorare prevalentemente nella bilioteca del professionale, con un antico Olivetti ed a casa continuavo ad esercitarmi, per comprendere il funzionamento del programma di catalogazione per biblioteche Isis, che continuamente reinstallavo.


Divenni competente in materia, poi mi feci spedire Isis30 e Iride, che lasciai al distretto quando me ne andai.

Dopo il distretto di Orbetello conobbi quello di Grosseto.

Un’esperienza breve e insignificante.

Tornai all’insegnamento, ma ormai ero un piccione con le ali tarpate.

Senza il mio ginnasio ero come Artax, il cavallo di Atreio caduto nella palude, così girai per qualche scuola ed alla fine accettai di trasferirmi al Commerciale, vicino casa, dove mi sistemarono dopo qualche esitazione in biblioteca.

Qui c’era un altro insegnante che prese molto male la cosa e cominciò ad attaccarmi con fiero cipiglio, perché a suo dire voleva la biblioteca tutta per sé.

Scelsi il turno serale, per non disturbarlo, dopo aver anche lavorato assai intensamente un anno in segreteria, dove peraltro mi facevano organizzare i viaggi di istruzione, cosa complicatissima specie per un pedante come il sottoscritto, registrare le ore degli insegnanti eccedenti l’orario ordinario e occuparmi di qualsiasi altre cosa comportasse la scrittura ed il protocollo.

Ora il mio collega è andato in pensione.

Ho scritto dettagliate relazioni sulla biblioteca, proponendo un regolamento, l’acquisto di libri di narrativa, informatica, economia, scienze et cetera, la sistemazione dei sistemi di chiusura del vasto locale, l’introduzione di computers adeguati e d’un telefono, visto che svolgo a mie spese gran parte del lavoro ordinario ed ho recuperato moltissimi testi dispersi negli anni precedenti scrivendo lettere che il dirigente scolastico firmava e … telefonando cortesemente, nei casi limite, col mio telefono cellulare, in caso di mancata risposta.

***

*

Penso a volte che tutto quello che ci accade probabilmente è frutto della più sfrenata fantasia, perché non è altro che la nostra interpretazione di comportamenti che spesso sono diversi dalle apparenze fenomeniche.


Ogni riferimento a fatti, situazioni e persone è sempre, quindi, puramente casuale.

Dovrebbero scriverlo soprattutto sui libri di storia.

***


Per tornare ad rem familiare, ho avuto un’infanzia felice, quando non sapevo i motivi delle cose.

In Dream room, la Stanza dei sogni, racconto quel periodo, con altri.

Tutta la vicenda è ambientata agli inizio del secolo e nei dcenni avvenire in un paese inesistente,e probalilmente neppure per caso mai esistito: Polilitio.

‘Dalle molte pietre’.

Lì, fra gli altri, c’è un grappolo di famiglie benestanti, proprietarie di moltr case e di molte terre.

Mesi fa ho persino visto com’era il cane del vecchio e imponente parroco di Polilitio, imparentato con una di queste famiglie, Don Michele.

E’, e voglio usare il presente, un grosso cane marrone scuro, dalle orecchie basse e dalle grosse zampone.

Si chiama Max.


Dicevo di questo grappolo di famiglie, i cui rampolli si disperdono per l’Italia e per il mondo, mentre a Polilitio resta solo la loro sorella minore, apparentemente fragile e dolce ma dal
carattere indomito, che farà compagnia ai vecchi genitori, si sposerà ed avrà figli.


Ma che io sappia, ebbe un solo figlio.

Mentre scrivo il racconto, che è arrivato ad un centinaio di pagine, sul mio computer di casa, debbo naturalmente sbrigare molte altre cose.

Non sembra, ma il mestiere di bibliotecario è molto complesso e invade anche la mia sfera domestica, come pure è fatale che in qualche caso qualche pensiero di famiglia mi accompagni a Scuola.


***

Praticamente una scuola in cui si trovano al mattino un migliaio di persone, quante un piccolo paese, e sai a quale penso, è tutta come una intera enorme classe che potrebbe, e per fortuna non lo fa, bussare alla sua porta.

Tutta la società ha diseducato le nuove generazioni alla lettura.
Sembra che si scriva molto, ma non si scrivono che brevi e_mail, fax, messaggini, pagine colme di dati aggiunti da internet, dalla posta elettronica.

Gli stessi celebratissimi ‘siti’ internet sono potenzialmente fiori sgargianti, ma realmente stecchi appassiti, non aggiornati, zeppi di sviste e di errori, mal curati, insomma.

Gli editori pubblicano libri che personalmente compro, ma non riesco sempre a leggere.

§

Ho sempre preferito Orazio a Lucilio, Menandro e Terenzio a Plauto ed Aristofane, ho sempre fatto, come dicono a … Polilitio, la figura del ‘torturo’, della zucca, scegliendo termini ‘vittoriani’, preferendo a volte il silenzio e la sonorità dimessa della voce al roboante turpiloquio universale, di destra e di sinistra.

***



Lo scandalo e lo stupore possono essere e annidarsi nella testa di chi ascolta, spesso, e del resto solamente i pazzi e i peccatori, sono in grado di riconoscere peccato e follia.

Come solamente chi sbaglia di solito sa riconoscere gli errori.

***

Son cose che hanno fatto in molti, del resto, con meno fama e clamore e forse con risultati parimente meritevoli di encomio.

Io lo trovo solo un geniale ripetitore d’un’ opera di un certo Omero, inventore della letterature, cieco.

§§

§

Pensa che Omero non potrebbe insegnare, come me, in un qualsiati ginnasio, perché i ciechi possono insegnare tante cose, ma non … greco.

Forse per via degli spiriti.

E pensa che da piccolo avevo una balia di nome Italia, che ricordo con affetto.

Quando sento questo nome penso a lei, credimi.

***

Qualche anno fa ho letto che tu recensisci dei libri, ma non ho trovato quei libri in libreria, e a dire il vero ho rinunciato di fronte alla difficoltà di procurarmeli, perché ho capito che forse non erano neppure stati diffusi a Grosseto.

L’argomento di uno di questi libri è difficile da comunicare, perché proprio mi sfugge il termine usato nello stesso titolo del volume, che parlava del piacere estremo della (e nella) lettura, della frequentazione delle (e nelle) biblioteche e insomma più della soddisfazione che del sacrificio della (e nella) lettura.

Restai colpito che si ponesse l’accento sul godimento della lettura piuttosto che sulla fatica che pure spesso propone l’attività libresca.
Ma si vede che esistono due letterature, una della goduria nella lettura di pagine leggerine e l’altra della penuria di leggerezza e della fatica del procedere fra argomenti ponderosi.

§

Nella vita basta poco e ci si trova fra i primi o fra i secondi, e solo se si è abili cuochi ci si riesce poi a destreggiare.


Mi viene in mente che quello che fu un celebre motto dell’Imperatore Costantino, In hoc signo vinces, è diventato, come ho letto in una pubblicazione satirico comica … In hac sagna vinces, frasetta adatta ad un paese che ormai si avvia ad essere un grande punto cottura, con un abile chef per pietanzocrate.

§§§§§
§§§
§

Considero la parola interdetta un estremo tentativo di sopraffare e vincere l’interlocutore, una specie di scorciatoia.
Non amo affatto le scorciatoie.

Rovinano le gomme e le sospensioni e fanno guadagnare pochi minuti di tempo.

***

Non mi piace, naturalmente, nemmeno la lentezza esasperante.

Non so se mai sono stato ingiusto.

Certo sono stato davvero un gran seccatore, e in famiglia se ne saranno accorti.


***
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Dicevo, lasciando il campo minato delle etimologie, che non è affatto facile l’ attività bibliotecaria.

Quando insegnavo, accettavo sempre l’incarico, svolto peraltro gratuitamente, di occuparmi della biblioteca, dei prestiti, dell’acquisto ed della collocazione dei testi.

***
*

L’ho fatto a Massa Marittima, a Grosseto, a Manciano, a S. Stefano, ad Orbetello … e nel palazzo vescovile o abbaziale della stessa cittadina lagunare.

Fui nominato nell’83 dal vescovo Eugenio Binini, dopo essere stato cresimato nella stessa sede abbaziale dal Vescovo Giovanni D’Ascenzi, futuro Vescovo di Arezzo, nell’Abbazia delle Tre Fontane, Coadiutore del Centro Culturale.

La nomina fu stilata da don Maurilio Carrucola, che da poco è parroco di Orbetello.

Dal momento che le nomine fatte dalla Chiesa sono valide sempre, posso dire, come ho convenuto a suo tempo con le autorità religiose di Soana e Roma, che sono ancora il Coadiutore delle Tre Fontane.

*
Infatti, ad Orbetello hanno pensato bene di cambiare sede e nome al Circolo.

E del resto la mia ultima idea è quella di organizzare cineforum e dibattiti in quella cittadina.

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Avrei avuto altre intenzioni, e credo comunque di aver svolto un programma diverso.



Nella biblioteca dove lavoro il ’potere’ è nella mano di gente ‘progressista’.

Diciamo che lo sono anch’io.

Ma io avrei altri progetti per la biblioteca.

***

Il vecchio ma efficiente computer della biblioteca non ha password, e questo mi ha messo in imbarazzo per anni, perché tutto quello che scrivo può essere cancellato o addirittura modificato.

Potrebbero scrivermi le Georgiche o la Gerusalemme Liberata su un file, in prosa, e dire che sono stato io a comporre quel capolavoro che invece è d’un certo Publio Virgilio Marone, dico.

Capito?

Passerei per uno spudorato scopiazzatore, non credi?
Naturalmente, mi spiego con un paradosso ironico, ma il senso dovrebbe essere lampante.

***

… Volevo fare qualcosa di importante e di grande, sapevo che difficilmente ci sarei riuscito, e adesso ritorno ad essere un re, un re piccolo d’un regno piccolissimo … con un museo sannita in casa.

A Polilitio.

Si ritroveranno lì, quando sarà costruito, Mamma e Papà, e ci sarà zio Francesco, ed il caro Rinaldo, Maria e Clotilde con Irene, Pierino e Rodolfo.

§§§

§§

§


§ ... “ Se lo costruisci, Lui tornerà … ”

§§§


Spero, quando e se ci sarà l’inaugurazione del Museo Antonino di Jacovo, perché mi auguro, come ho espressamente chiesto, che si chiami con nome di papà, di poter essere presente.

Proprio non so, ed è anche presto per saperlo, come vorranno fare gli amministratori de Comune, a cose fatte, per la cerimonia di inaugurazione, che sarà loro prerogativa fissare e organizzare.
A Pietrabbondante, il Comune opera nella casa che fu di zio Antonino Vassolo, casa della mia prima biblioteca, casa che dopotutto è veramente diventata mia.

La casa di Genni, o di Genn.

***

**

*

prof G d J

§§§

Al Sindaco di Polilitio

Al
Segretario Comunale
segretario@pietrabbondante.com
del Comune di
Polilitio
Via Municipio 2
§

Al Capo Ufficio Tecnico


Grosseto, 4 febbraio 2006


Signor Sindaco, Cortese Segretario e gentile Geometra,
ho ricevuto da poco la Vostra del 29 genn 06 prot 292 prat. 5 relativa all’azione di esproprio del mio terreno partita 2893 particella 246 \ seminativo che avete intrapreso per i nobili motivi che illustrate nella stessa missiva che ho ricevuto il 2 febbraio c.a.

Mi rendo conto che, data la motivazione che adducete e la particolare e determinata procedura che avete ritenuto opportuno adottare senza che peraltro io stesso minimamente ne fossi precedentemente a conoscenza, a me non resta altro che aspettare che ogni cosa sia compiuta secondo le modalità da Voi scelte e previste dalla legge, auspicabilmente, secondo il DPR 327 8 giu 2001, con la conseguente corresponsione dell’indennità che mi è dovuta secondo l’art. 20 dello stesso che prevede nella fattispecie l’intero iter a cura dell’autorità espropriante.


Naturalmente non posso fare a meno di ricordare in questa circostanza che sarà opportuno e necessario informarmi su tutti i passaggi della operazione, anche per non incorrere in sanzioni fiscali, visto che il mio terreno sito in Col Ginestra e da Voi indicato passerà da un reddito agricolo ad uno edilizio e muterà di valore, con obbligo per me di provvedere al pagamento degli oneri fiscali fino a che permanga la proprietà del terreno a mio nome.

Posso assicurare che non sarà mia intenzione in nessun modo interferire né ostacolare il regolare e legale procedere delle varie fasi di espropriazione a cui avete deciso di sottoporre il terreno.

Mi è necessario comunque precisare che la decisione di procedere alla espropriazione del terreno sito in Col Ginestra non è stata presa di mia iniziativa per chissà quale mio personale disegno, ma dal Comune, in cui mio Padre ha fatto per tanti anni il Segretario Comunale, per esigenze sociali e culturali che, ove siano come ci aspettiamo effettivamente rispettate, rappresentano comunque un alto e importante motivo.


Mi piacerebbe, per concludere, e mi permetto di presentarne richiesta ufficiale, che il Museo in costruzione, in ossequio alla memoria di Antonino Di Iacovo, venisse intitolato a Suo nome, anche in onore dei Suoi Genitori, Giovanna Battista e Luigi Di Iacovo, che mi nomnarono loro erede per questo terreno, che mi risulta e dichiaro essere di mia esclusiva proprietà ed assolutamente privo di qualsiasi legame di qualunque tipo con terzi.


Non ho potuto fare molto per quella terra, dove da piccolo andavo a sciare con gli Amici del Paese, perchè lavoro lontano, qui a Grosseto.

**
Diciamo che l’ho conservata in pratica come Nonna Giovannina me l’ha consegnata e quasi l’ho affidata a Dio, partendo e sognando sempre un ritorno che non mi sento ancora di escludere.

Mia moglie, Anna Maria Vittori, che adesso insegna al Sostegno, qui a Grosseto, ha compiuto studi di Archeologia ed avrebbe desiderato lavorare in un museo.
Era il suo sogno.

Adesso penso che mi guarderà con stupore e quasi ammirazione, perché i Sanniti verranno sulla mia piccola terra a costruire un Museo, Tempio dell’Arte e della Cultura, e questo è davvero straordinario, credo.

Se doveste aver bisogno della collaborazione mia o di Anna Maria, non dovete fare altro che chiederla.

Tutto sommato, direi che Pietrabbondante per qualche tempo sarà in un certo senso ... mio ospire, ed io il Suo.

Ho scritto ultimamente, per esigenze anche personali, diverse cose in cui racconto di certi miei ricordi su Pietrabbondante, i miei amici d’un tempo, i parenti e i cittadini più memorabili.

Stavo proprio, in questi giorni, applicando un ‘lavoro di lima’ che permette di addolcire e smussare certe asprezze nel racconto e nei personaggi..
Lo raccomandavano Publio Virgilio Marone e Orazio per ogni scrittore di qualsiasi genere, anche per un semplice insegnante come me.

Proprio poche settimane fa mia cugina Maria Pia Carosella, da Roma, mi ha inviato delle foto di tanti anni fa scattate vicino alla ‘lenza’ di Col Ginestra, con me, lei e Mamma.

In quelle foto, scattate da Nonno materno, don Gennaro Carosella, si vede la morgia d r’ Kworv e quel pendio che porta a r’ Vallon d Kastllucc, dove d’estate si andava a fare il bagno, costruendo piccoli sbarramenti di creta e sassi per formare grossi quatin.

Insomma, quando tutta l’operazione Col Ginestra sarà conclusa, voglio sperare che il Comune, che fra l’altro mi pare sia ospitato nella casa del Dottor Antonino Vassolo, mio zio, che ne era proprietario fino agli inizi anni sessanta, possa dare a quella terra l’unica cosa che non sono riuscito a dare io da un pò di tempo: le voci del presente e del futuro, come quando si andava lì a sciare, con attrezzature quasi costruite personalmente dai ragazzi, con sci rudimentali e ‘zlitte’ rudimentali, oltre che il silenzioso sorriso dei ricordi d’un tempo passato.

Mi auguro anche che i miei parenti di Pietrabbondante e Isernia, anche se non mi risulta, in qualche modo siano stati informati di una operazione che non nasce dalla mia iniziativa, perché non vorrei nascesse qualche grave incomprensione fra me ed i miei.


***

**

*


Desidero ora porgere i miei saluti più cari, se mi è permesso, a tutto il Paese di Pretavnniend, che sarà sempre il mio paese, perché ne possiedo anch’io, qui in Maremma, un ... piccolo museo personale, che mi fa sembrare, chiudendo gli occhi, di stare ancora a Coll d r Siend, agli Scavi, n’gima all’Ara d chien.


O addirittura nella Grande Casa dove sono nato, sul Belvedere da cui si vede il Corso, la parte a scirocco e il Monte verde di alberi e rotondeggiante.


***

Naturalmente un saluto speciale va a Voi, Sindaco, Segretario e Geometra, insieme a tutto il Personale del Comune, a cui auguro un presente sereno ed un futuro pieno di vere soddisfazioni, nella speranza che un giorno io possa essere invitato a visitare il Museo che già in qualche modo immagino sulla piccola terra, che fra non molto sarà di tutto il Paese, che ho, ripeto, custodito forse dilettantescamente finora spero per il bene e l’interesse di tutti, a Pietrabbondante, che è un Paese grande fino a Grosseto, almeno, ed anche oltre.


Vivissime cordialità, e perdonate il sentimentalismo eccessivo

causato da ricordi ancora vivissimi e dall’affetto per il ‘mio’ Paese..


G d J
___________________

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Questa è la lettera per il Comune di Polilitio.


Ti saluto affettuosamente.


Grosseto, venerdì 22 dicembre 2006

Gennaro

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... e questa la lettera scritta nel 2008, quando la terra era stata espropriata dal Comune, ma non ancora si vedeva il Museo né era stato indennizzato il prorpietario ...

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Al Comune di Pietrabbondante
Ufficio per le espropriazioni
Via Municipio n. 2
86024 Pietrabbondante IS

Prof Gennarino Di Iacovo
Via Trento 54
58100
Grosseto

Oggetto: notifica del Comune di Pietrabbondante a Di Iacovo Gennarino, prot n. 63 in data 9 gennaio 2008, del decreto di esproprio concernente il terreno fl 8 p,lla 246 e determinazione urgente di indennità.

In merito alla notifica indicata in oggetto, lo scrivente Di Iacovo Gennarino, nato a Pietrabbondante IS il 22 ottobre 1947 e residente in Grosseto, via Trento 54, tel 389 5128558, e 0564 29019, abitazione, dichiara la propria condivisione in ordine all’indennità di espropriazione offerta indicata nella stessa comunicazione di notifica.

A tale riguardo lo stesso scrivente comunica che la somma interessata potrà anche essere versata al momento dovuto sul ...

c\c comunicato al Comune di Pb
intestato al Professore
Gennarino
Di Iacovo

Ordinario di Lettere Classiche
Coordinatore Distrettuale
Biblioteche Scolastiche
Orbetello Grosseto
&
Ricercatore Linguistico
Storico Contestuale
dal 1 settembre 2008

presso la ...

Cassa di Risparmio di Firenze

Filiale di Porto S.Stefano

PIAZZA DEI RIONI,5
58019 Porto S.Stefano GR
Comune di
MONTE ARGENTARIO
prov Grosseto

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Con l’occasione si porgono i più affettuosi saluti ed auguri a Voi tutti del Comune di Pietrabbondante... e si ricorda la proposta di intitolare il Museo da costruire sulla suddetta area, i Col Ginestra, a ...

... Antonino di Jacovo ...

Padre dello scrivente e Segretario del Comune di Pietrabbondante per molti anni, fino al 1966 ...

Grosseto, 30 gennaio 2008

Gennarino Di Iacovo

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Negli scaffali dormivano con un occhio solo i vestiti degli
scrittori, fatti di pagine bianche, rese leggermente opache dal tempo, fitte di segni neri, ferme tra due parti di cartone.

E sognavano tutte le cose che erano state scritte nei quadrati bianchi, che altro non erano che le parole degli scrittori, che in esse rivivevano.

Un rituale sacro, o anche magico e benigno, animava le pagine dei libri.
Piccoli segni uniti gli uni agli altri formavano organismi autonomi.
I fonemi creavano i monemi, le parole.
E mentre i primi non significavano, gli altri avevano un senso, un significato.

Non erano cose, ma valevano cose, non erano niente, erano concetti, icone e figure che comparivano nella mente,

Si poteva mettere il mondo, in una testa, trasformandolo in ricordi e icone, si poteva mettere l’universo, nei libri, in un vocabolario, un’enciclopedia, traducendolo in parole.

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Ma occorreva una pazienza infinita per inanellare quelle lettere, per mettere tutte le proprie parole e le altrui in fila, chiudere periodi, discorsi e frasi, capitoli, per scrivere.

O anche per leggere.
Per qualcuno leggere era un piacere, una distrazione, e nel farlo sceglieva libri leggeri e disimpegnati, se ve ne sono, libri tutti da ridere o da leggere ammiccando e sorridendo.

Leggendo, era come se fuggissero, se evadessero da qualche preoccupazione, dall’ansia.

Per altri leggere, e scrivere, voleva dire affrontare i draghi e vincerli, impegnarsi nella soluzione, sia pure intellettuale, di qualche dilemma, di qualche difficoltà.

C’era da mettersi nei guai, con la letteratura impegnata, perché spesso poteva generare inimicizie e polemiche, quando le soluzioni proposte non collimassero con le altrui e la polemica si facesse aspra.

Per evitare le insidie della comunicazione schietta, impegnata e per così dire escatologica e profetica, c’èra una vasta parte della letteratura che restava ad un passo dalla leggera tranquillità del lettore.

Almeno, così credeva il lettore superficiale e sprovveduto, perché anche le vicende apparentemente di evasione, scelte dai lettori che non volessero troppo restare coinvolti da vicende tragiche o complicate, comportavano mille silenti reazioni nella mente, riflessioni occulte che lavoravano in silenzio, nel sonno, modificando l’assetto stesso delle idee, l’apparato esistenziale, la visione della vita e del mondo.


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Migliaia di libri, milioni di frasi e parole, di lettere d’ogni tipo, dormivano dentro i libri nella grande biblioteca fra i prati d’erba accanto alla grande chiesa di mattoni rossastri con l’alto campanile che di notte accendeva una lampada rossa sulla cima, utile per segnalare la presenza della sua mole non indifferente.

Un tempo nato per comunicare con Dio, il campanile era adetto adibito anche, e forse soprattutto, alla comunicazione umana, in quanto era stato corredato di vari tipi di antenne, divenendo muto testimone di conversazioni utili, ma anche dialterchi, di insulti e probabilmente di bestemmie d’ogni genere.

Per qualcuno la bestemmia è uno modo, forse il più confidenziale o il più disperato, di parlare a Dio.
In fondo cosa sono le parole?

Suoni.

Segni.

E che differenza può fare alle orecchie, per così impropriamente dire, del Padre Eterno dire ‘porco’ oppure ‘cane’ accanto al Nome d’un Suo Parente o al Suo stesso, visto che l’uomo ha eletto questi due nobili Animali a prorpio amico per antonomasia e a proprio alimento preferito?

Non è l’uomo la stessa cosa dei suoi Amici, e non è forse ciò che mangia?

Il buon Dio ama i Suoi figli, anche quelli che diventano carne dell’uomo, e che si sacrificano così eroicamente, sia pure con qualche comprensibile lamento, ove sia loro dato il tempo per farlo.

L’uomo ha sempre fretta, specialmente quando deve trarre alimento per la sua nobile figura coperta di stoffe, anzi di stracci, visto che nessuno ormai porta vestiti addosso che non siano ad arte strappati, tagliati, sfondati cos’ da far sembrare tutti degli autentici pezzenti.

Una miseria simulata, tanto più reale quanto meno vistosa.

La biblioteca era situata in un ampio fabbricato adibito ad uso didattico.

Una specie di fabbrica di competenti in varie cose, un po’ di conto un po’ di computer, qualcosa anche di lettere.

Giovani cittadini che venivano istruiti, ma della cui istruzione nessuno si fidava, visto che continuamente erano sottoposti ad esami, interrogazioni, compiti persino ‘simulati’, come in trincea.
Usciti dalla fabbrica, le università li sottoponevano a centinaia di test appositamente preparati, giustamente senza accettare passivamente i giudizi di provenienza.

Del resto, fu proprio un analfabeta autentico, digiuno di quiz di temi di relazioni e di test … s ad intuire ed inventare scuola e università, forse immaginandole già allora poco collegate, quasi scollate, piene di disprezzo reciproco e naturalmente di naturale diffidenza.

Questo analfabeta, geniale stratega e politico, del resto dimostrò che per fare l’università non eraro necessari test macchinosi e spesso puerili, ma forse al giorno nostro, con le diverse e complesse esigenze derivanti dal ‘progresso’ tecnologico, è proprio indispensabile costruire ragionieri e classicisti per poi ‘ricontrollarli’ nella preparazione rivalutandone attitudini e competenze.

E’ l’università a produrre docenti, così definiti con eccessivo ottimismo, ma proprio questi dimostrano in definitiva quanto sia impossibile insegnare, docere, trasfondere la sapienza da una zucca all’altra con parole, sorrisi, gesti e allusioni.

Con una lavagna e un gessetto, qualche foglio e un vocabolario, quando si ha la foeza di portarlo, si affronta la comprensione del cosmo e del caos,

E si finisce nei test … s.


Del resto, l’età dei test è notevole.
Nasce con la proposta d’un quesito dalla duplice natura d’una domanda per sapere o per sapere se si sa.


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In questo caso, l’atteggiamento di chi la fa è non quello d’un semplice ignorante inconsapevole in cerca di informazione, ma di un indagatore utorizzato da qualcuno a da qualcosa che già conosce la sostanza della risposta, ma che la pone per contrallarne la giusta dimenzione, lo stile e la convenienza.


Quale fu la prima domanda dell’umanità e quale la prima all’umanità?

Nei testi biblici ne troveremmo facilmente, così pure nella tradizione legata al mito.

La Sfinge è forse l’esempio classico ed anche tragico dell’indagatore.

Ma nessun professore universitario accetterebbe di precipitarsi nel baratro in caso di risposta esatta d’un alunno qualsiasi, anche di nome Edipo.

Un insegnante così eroico, tragico, capace di sacrificarsi al prorpio Alunno adesso è introvabile nelle nostre scuole, figuriamoci in un ambiente agguerrito come l’universitas.

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Lasciando il mito, ricco di esempi perché nato proprio per fornirne a chi ne fosse a corto o per complicare la vita a chi ne avesse a bizzeffe, credo che il primo paradigma di domanda rivolta all’uomo sia stato del tipo … nghèèè … nghèèè … ripetuto spesso, fino ad ottenere risposta che non fosse del tipo ver\falso oppure … ‘bravo … settepiù …’.

La prima domanda era non solo dialogica, non solo linguistica, ma fortemente caratterizzata da una richiesta di aiuto materiale, di sostentamento.

La risposta non poteva che essere la somministrazione d’una congrua razione di latte.

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La prima domanda, originale per un docente odierno, è rivolta dall’Alunno al docente, ed è una richiesta materiale e pratica, di sostentamento e di mezzi.

Dopo si instaura quel rapporto gerarchico e rigido che trasforma il vero docente, ossia di colui che guida verso la conoscenza di ciò che serve veramente, in un Alunno e l’alunno in un docente serioso, con tanto di cattedra, lavagna e pedana, per esseri un po’ oiù in alto e controllare meglio tutta la situazione.

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E’ il neonato che indica, informa, ‘docet’, è lui in fondo il docente.

Senza parole, si spiega e quasi ordina perentoriamente, ma senza violenza.

Il padre, o la madre, e seguono, e una volta comprese sono in grado di precedere.

E’ il neonato a porre domande, test e quiz, vitali ed essenziali, sostanziali e categorici.

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La porta Perta,
L’aperta porta.
Apri la porta e porta la torta con la storta.

Poco più tardi inizierà il gioco dei fonemi, l’apprendimento di quel reticolato di rigidi suoni che, combinati fra loro con regole e controregole, anomalie, analogie ed eccezioni con eccezioni alle eccezioni, costituiranno i linguaggi, belli e brutti, vivi e, vivaddio, morti, secondo una dozzinale distinzione cara a tutti, o ai come\tutti,

Nelle lingue, parlate e scritte, come nelle piazze e nei parchi vi sono i monumenti, i busti, gli appiedati e i personaggi a cavallo.

Questi monumenti ìncliti, alcuni di bronzo, altri logori, alcuni dorati e scintillanti, sono gli scrittori.
Ma non tutti...

Non gli scriventi.

No.

Quelli di successo, gli editàti, quelli che fanno abbattere migliaia di poveri alberi – abeti, betulle? – ogni volta che cliccano su word qualche loro anche la più scialba idea.

E pensare che nessuno dei veri ed autentici scrittori ha mai avuto questa ridicola persino facilità di abbattimento boschi.


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Ah …

Dimenticavo.

I libri, quelli che giacciono negletti sulle sedie delle case, sui comodini, negli scaffali, quelli che fanno da zeppe alle porte e agli armadi, quelli che in definitiva nessuno ormai legge e tutti si pentono d’aver comprato, si fanno anche con gli stracci.

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Ora, tutti sappiamo che la materia è una e tutto è in definitiva la stessa cosa, ma sapere che un tale libro che stiamo leggendo è passato per la capitale degli stracci è non è altro che ìstracci' di gente che mai avremmo pensato mai di frequentare, questo poi è veramente esilarante.

Già, dal papiro, arte e genio, fatto di vegetali sceltissimi al libretto ecologico, fatto di stracci, leggiamo sulla stessa sostanza, e i gabbiani lo sanno, lo hanno letto nel vento ....

I poveri stracci, così disprezzati, vanno rivalutati.

Come tutto quello che noi gettiamo, e che spesso è ancora in grado di essere utile.

Tutti siamo stati uno straccio, almeno una volta, e con questo ... ?

Adesso siamo splendidi libri, più o meno papiracei o ecologici ... magari solo ... logici ...

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Del resto, mi sembra appropriato.

Diciamo che dalla lirica alessandrina intimista siamo passati all’intimo fatto cartaccia.

E così, fra zucchine e cavoli, CD e cassette, frutta e buon pane, caciocavalli e bufale, nei super e ipermercati conpriamo anche i boxer da leggere, altro che il libro gonfiabile, da scrittori pallini gonfiati.

Contaminiamo la natura avvelenando la genuitità della verdura.

Ma la natura deve aver previsto un antidoto per il figlio che la sta avvelenando, e quando meno lui ci penserà scatterà l’operazione boccia il bocciatore e ripulisci il sito.

Insomma, viene in mente una favola, che si rarrava in ambiente editoriale, ma anche in vecchie librerie polverose di periferie, dove un vecchio libraio poteva rifilarti anche un libro stregato.

Un orbil, che si legge alla rovescia e si può fare a meno di finire, perché si sa già come va a finire, appunto.

La storia diceva che esisteva un tempo una famiglia benestante.

Così da esserlo ovunque si trovasse.

Questa famiglia intraprese la consuetudine di scrivere a turno, la sera, su un ampio brogliaccio, quel che paresse a ciascuno dei componenti.

Alla fine si dovette dare un taglio al volumone, e così fu spaccato con un fendente da un lato all’altro.

Si notò allora che una parte del libro era gialla, scadente, porosa mentre l’altra era bianca come ostia di Natale.

La parte bianca era di pura e fine cellulosa, fatta con gli alberi più teneri, pioppi, betulle, acacie, e l’altra invece si scoprì costituita da stracci reimpastati e trasformati in una carta molle e grezza.

Ecco, dissero gli appartenenti alla famiglia del brogliaccio bipolare, il libro fine e bianco è il libro di Qualità, mentre l’altro è invece da ritenersi confezionato con materia sempre valida e dignitosa, ma con il sospetto che possa essere costituita da indumenti troppo vicini a certe parti molto personali appartenenti anche a persone profondamente antipatiche.

Con la parte dichiarata così più scadente del librone fu fatto un libridinoso agglomerato che, trasformato in satura intimista, venne venduto con forti sconti in certi ipermercati, accanto al pane integralee ai sedani, alla verdura e alla frutta, ma senza fretta, perchè il buon libro, di qualità o di stracci, vuole tempo, pazienza, poca fretta e pretende una dedizione radicale, se deriva da poveri alberi che si sono sacrificati per lui, oppure una aderenza da boxer, se deriva da carta di stracci definita ecologica veramente un pò a sproposito.



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In questo modo dal linguaggio ìsono, duttile e strepitoso dei neonati si passava a quello rigido, complesso e semantico degli adulti.

E qui nascevano le specialzzazioni in diverse funzioni del linguaggio, in registri, si separavano i fattori e più in generale si distinguevano più o meno chiaramente le famiglie linguistiche.

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Ora, non che io voglia che siano affidati agli stilisti i libri, o i loro eredi, CD megabitici e pennine gigabitike, altrimenti avremmo vestitu stracciati e logori come un tempo si portavano per necessità, e non per sfregio alla povertà o per possibile difesa dagli scippatori.

Tutti, da giovani, abbiamo avuto jeans sfilacciati e strappati, ma per mancanza di nuovi.
Adesso, se compri un paio di vestiti nuovi, se non sono strappati e bucati sei un morto di fame smodato, fuori moda.

Ma ormai dal fango dell’argilla mesopotamica siamo alla mota dell’esibizionismo sfrenato.
Esibizionismo del disprezzo della fame e della miseria, l’ultimo gradino della scalinata della torre di Babele.

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La Mesopotamia.

In nessuna parte del mondo il cielo è blu cobalto come lì.
Lì hanno trovato le fonti d’ogni scienza.


Astronomia, geometria, quella che chiamiamo matematica e che prima voleva dire ogni sapere, l’economia, la legge della Casa, e po, nei grandi magazzini di Ninive o d’una altra città turrita, con giardini pensili e canali d’acqua intorno, si sono ingegnati, quei mercanti, quei bottegai, ed escogitare un sistema per proderre lunghi elenchi di mercanzie, inventari.

Probabilmente, pochi lo ricordano perché è meglio forse separare la poesia dalla bottega, tutto quello che ora è letteratura, narrativa, storiografia, poesia e così dicendo, nasce dall’inventario delle merci d’un bottegaio.

E poi ci si va a confondere con discorsi su libri di qualità e sulla mercificazione dell’arte.

Quando nella mesopotamia scrivevano, lo facevano su tavolette di fango.

L’uomo, la donna e il libro, almeno come sono i loro nipotini attuali, sono nati oggettivamente dal fango.

Eppure gli homines igienicamente disinfettati, riescono a chiedersi cosa voglia significare ‘libro spazzatura’.

Avete mai visto, e qualcuno lo fabbricherà, un libro con aspirapolvere?

Con su scritto ‘sicut ubra et pulvis vita hominis super terram …?

Ebbene, quello è un libro per spazzare, tanto per dire, no?

No.

Non è così semplice.

Eppure, quando il libri divennero di papiro, si quadagnò tanto di quello spazio da riuscire ad ospitare un numero enormemente più grande di opere in uno spazio davvero molto più piccolo.

Ma il presso pagato fu altissimo, per questo vantaggio.
L’immensa biblioteca di Alessandria, l’esempio probabilmente unico e irripetibile di tempio della cultura e della memoria, di museo e di laboratorio ove i bibliotecari erano lettori, autori e modellatori di collocazione e tipi di papiro, andò distrutta da un incendio catastrofico causato dalle eterne risse economico religiose fra europa e asia.

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L’argilla non sarebbe bruciata.

Ma le sue tavolette, oggettivamente, occupano troppo spazio.

Così la civiltà del papiro, insieme alla maggior parte della letteratura greca, possiamo dire proprio che andò a rotoli.

La perdita fu immensa, ma si possono consolare tutti i nemici del bel tempo passato, tutti i nemici della classicità, della cultura greca e dei faticosi studi letterari.
Una parte vastissima dei testi in lingua greca andò bruciata, e questo fu il guadagno dei devastatori di quell’immenso deposito di sapere.

La qualità dell’argilla?

La qualità del papiro.

La qualità dell’argilla può essere squisita.

Quasi tutto quello che sappiamo sulla civiltà sulla terra lo docciamo alla ceramica, all’ostrakon, a quella pasta finissima e sapientemente dipinta e intarsiata che rappresenta l’arte ceramica presso tutti i popoli.

Il periodo geometri greco ne è un esempio altissimo.

Plasmare la creta aiuta ad esprimersi, solleva l’animo, insegna a ciascuno di noi che può imparare ogni momento dagli altri e dalle proprie azioni intelligenti.

Ma la creta può anche essere pessima, può essere fango, metafora di intelligenza perversa, di falsità e di calunnia.

Possiamo noi scrivere un verso sublime sul fango?
Si.

Il fango sarà sublimato, pur rimanendo fango.

Possiamo scrivere fesserie sul più fine papiro?

Certo.

Sarà come servire sale sopra fine porcellana.

La qualità materiale non corrompe il portato, e la stupidaggine scritta sulla migliore carta, resta corbelleria.

La qualità è data da qualcosa di sublime sulla materia adatta.

E del resto si sa che la letteratura è nata nelle botteghe mesopotamiche, come lunghissime liste di mercanzie.

La mercificazione dell’Arte?
L’arte è nata al servizio della bottega, non sempre dell’economia, che vuol dire ‘legge della Casa’.

Avete fatto caso come nelle Scuole nostre, nei Licei, nei Commerciali, nei Professionali vengano ignoreti i significati primigeni delle parole, e come vengano invece adottai quei tracciati semantici che sono per ultimi suggeriti e imposti da scrittori ‘alla moda’, siti web, televisione?

In genere i giovani non sanno che fax è una parola latina, che significa: scopiazza.

Fac simile!

Economia per loro non vuol dire ‘legge della Casa’, ma contabilità o tircieria.

Web e computer, non sanno cos vogliano dire.

Lanciano, accendono, cliccano, passano notti e pomeriggi a computer magari per giocare al solitario, con le macchine, con i mostri, ma non conoscono che l’ultimo significato delle cose che fanno.

Passami una cartuccia …

Fra cacciatori, potrebbe essere una frase fatale.
E’ stata avvistata una povera volpe, una lepre.

Invece è finito l’inchiostro.

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Occorrerebbe dedicare un po’ di tempo alla semantica, ma la cosa probabilmente non piace a chi concepisce il linguaggio più come ‘bella menzogna’ che come attività cauta e precisa.

Del resto, del bel tacer, non fu mai scritto …

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Ma in un paese dove per selezionare i significati delle parole si fa ricorso all’operato quasi invisibile d’una hdèmia che prende il nome quasi dalla pùla, c’è poco da aspettarsi di interessante.

Ma ad ogni modo il sistema linguaggio va avanti così da tanto.

Ad esso, strumento di ‘comunicazione’ , è affidata ogni attività umana, eppure solo da poco esistono deigli speciali codici grammaticali e lessicali, che in genere chiamiamo grammatiche, sintassi e vocabolari.

Ogni sistema linguistico, fissato in una determinata epoca sincronicamente, la le sue grammasintassi e lessici.

Ne deriva un sistema di una complessità persino grottesca, se pensate poi a quanti dialetti, spesso disprezzati, e a quanti gerghi convivano con le aristocatiche lingue parlate e letterarie.

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Opera naturale è ch’uom favella
ma così o così, natura lascia
poi fare a voi, secondo che l’abbella …

Paradiso, XXVI, 130\132

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Thèja manìa ...chiamava Platone la spinta creativa dell'Artista, di ogni parlante, direi, di ogni utente ed agente o 'attore', fattore ... direbbe un dantista, e ... psykhès jatrèja ... medicamento, laboratorio terapeutico, consolazione dell'anima chiamavano una volta la ... Bilioteca, che in italiano ha un nome sussiegoso ed è frequentata dai saggi, dai veri ... Medici dell'Anima, come ben sapeva anche Seneca ... 'Mater, ad poèmata et Auctores redi ... ad artes liberales ... litterae ... sanabunt vulnus tuus ... Mamma ... lèggi i racconti dei Poeti ... torna alla letteratura ... questa ti guarirà ogni ferita...' ...

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L’arbitrarietà quindi del segno linguistico, ossia la sua aleatorietà, affidata ad un tacito e labile patto fra parlanti, è la sua legge più forte.

Ne consente la creatività e ne differenzia gli elementi permettendone la conservazione nel sistema che si basa sulla differenziazione che ne rafforza la memoria.

L’unica vera legge per chi parla è l’improvvisazione su norme e significati convenzionali, capaci di continue mutazioni per improvvise mode, per situazioni e fatti ‘eclatanti ed epocali’ che influiscono sulla semantica spesso con effetti comici e imprevedibilmente impropri.


Ma si sa che … vox populi … vox Dei …


E proprio il termine ‘voce’ è usato per indicare e determinare un campo semantico.

Che comunque è assai vasto, mentre il parlante, anche esperto, ne percorre un ristretto margine.

Così si dice ‘tasse’ quando si deve dire ‘imposte’.

E si insiste col voler far pagare le tasse, rischiando di entrare in conflitto di interesse con i legittimi interlocutori economici, che sono i tassi.

Ma non quello d’interesse.

Insomma, a parte le battute apotropaiche, se ne dicono di belle, quando si parla.


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Certo, i responsabili maggiori della babele linguistica sono proprio gli addetti ai lavori, gli scrittori ‘di qualità’, quelli alla moda o ‘alla mota’, gli informatizzati ed i computerantropi, pieni ormai solo di abitudini conformi alle macchine elettroniche, i politici, che spesso sono solo un po’ litici.

Riescono spesso a creare più confusione questi pochi astronauti della kiakkjera che tutto l’equipaggio, spesso occupato in attività di lavoro assai importanti.

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Una sera di febbraio era nella biblioteca della grande scuola.

Scriveva appunti su un vecchio computer.

I due computers della teka erano divevtai suoi amici, veri parenti.
No erano nuovi, avevano un aspetto vecchiotto ed un monitor grosso.
Uno dei due aveva lo schermo più grande.

Lo preferiva.

Non era certo un Omero dei libri, ma la sua vista aveva bisogno d’essere aiutata.

Faceva freddo, in biblioteca.

Lo aveva fatto notare in diverse lettere, tutte protocollate e conservate in segreteria, ma nessuna risposta esplicita gli era ancora arrivata.

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Nelle lettere proponeva un modello di biblioteca come lui lo vedeva, basato sulla sua esperienza, sulle letture, sulle ricerche da lui fatte a proposito.

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Sosteneva anche la necessità di provvedere alla stesura d’un regolamento che facilitasse e chiarisse le operazioni di biblioteca.

Talvolta specialmente i docenti si presentavano nella grande stanza dei libri per depositarvi oggetti come in un guardaroba di teatro, o per segnare i loro buffi segnetti sui registri blu o amaranto.

Insomma, proprio gli insegnanti davano un esempio tiepido, non leggevano i libri, li lasciavano dormire negli scaffali, non integravano con nuove entrate il patrimonio dei volumi ...

Ma per fortuna c’erano gli Alunni, che spesso prendevano in prestito i libri e li riportavano regolarmente, senza aspettare anni, senza perderli, come qualche insegnante.

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Per la biblioteca la scuola non spendeva neppure un centesimo, lesinava carta, inchiostro, qualsiasi assistenza informatica, tanto che il bibliotecario praticamente doveva finanziare le spese indispensabili, addirittura progettando di comprare i registri di prestito, visto che a scuola non era possibile registrare i prestiti con i vecchi progranni inseriti nei computers e nemmeno era possivile avere dei registri acquistati dalla presidenza e dalla segreteria.

Ma se fosse andato via all’improvviso, avrebbe dovuto lasciare il bel registro, comprato da una ditta di Parma e arrivato con un corriere, alla scuola, quando questa prorpio non lo meritava?

Era una semplice bagattella.

E il masterizzatore?

E i libri di cui non era provvista la scuola e che lui aveva comprato girando il pomeriggio fra le librerie della città?

Avrebbe a poco a poco riportato totte le sue cose a casa, anche perché non le sentiva al sicuro, visto che mezza scuola ameva le chiavi della stanza e trovava sempre le cose spostate, specie i computers, che del resto registrano ogni operazione, a sapere ben guardare, e aveva trovato più di una volta qualcuno a giocare a carte, con i poveri vecchi computers.

Questo non poteva certo approvarlo, in nessun modo.

Non avrebbe più controllato nulla, se avesse aperto la porta ai giocaioli, ai cercatori di siti d’ogni genere.

Le ricerche voleva fossero tutte lecite, per una questione di principio prima ancora che per correttezza verso l’apprendimento che non è vassallo dell’eccessivo atteggiamento ludico emozionale, pur richiedendone una parte.

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Di sera, prima che lui se ne andasse a casa, verso le dieci e mezza, quando i rumori erano quasi spenti nella grande casa degli alunni, mentre i colombi e le tortore, i passeri e le capinere già da ore dormivano con il capo sotto l’ala, mentre i pini tacevano e l’aria era immobile sotto una luna ridotta a una piccola falce, la grande Stanza dei Sogni si popolava, dai libri uscivano piano gli autori, e intrecciavano conversazioni, a volte accese, ma non certo violente.

Le loro conversazioni erano misteriose, per il loro amico bibliotecario, perché la stragrande maggioranza dei libri da cui sortivano erano di economia.

E per di più erano di qualche anno prima, non seguivano le ultime, farneticanti dottrine economiche.

Gli informatici erano un gruppetto e se ne stavano appartati.
Senza poter usare il computer si sentivano finiti.

Gli era stato concesso di usare le macchine più vetuste, i vecchi patanfloni, che erano a loro disposizione tutta la notte.

Quei computers erano i più efficienti, visto che li usavano i migliori esperti di informatica.

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Non erano molto potenti, ma erano in rapporti di posta elettronica con i centri culturali, politici ed anche religiosi più evoluti del paese.

Una sera, quando mastro libraio stava quasi per andarsene, dopo più di dodici ore di biblioteca, accanto all’interruttore della luce e la centralina del sistema antiallarme, in una nicchia fra lo scaffale dei vocabolari e l’entrata aggettante della grossa porta antincendio, vide un signore vestito come un maremmano d’altri tempi, con stivali e stoffe di fustagno, corpetto nero e camicia di velluto.

Aveva un grosso cappellone da buttero …

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‘Buonasera … sono Pierini … Benedetto Pierini …’.


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Beniamino guardò con simulato stupore l’uomo ben piantato, solido, quasi solenne.

Era uscito da un libro che narrava la sua biografia, la storia d’un maremmano molto ricco ma anche generoso, morto ancora giovane per un malore improvviso, una polmonite.

‘Vorrei, per favore, sapere se in questa città sono stati costruiti quegli apparati che mi riproponevo.

Mi interessai della costruzione di abitazioni per i miei coltivatori e persino ... d’un cimitero per i nostri Morti ... e d’un lazzaretto ... un ricovero ospitale per i malati.

Vorrei sapere da te, giovanotto, se queste cose ci sono, se le hanno costruite …’

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Beniamino lo guardò.

Benedetto era il benefattore che aveva favorito la nascita della Misericordia.

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‘C’è il cimitero della Misericordia.

Ma Lei non è lì, Benedetto, perché dopo una pestilenza fu gettato in una fossa comune’.

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‘Si … figliuolo … è così … volevo sentirlo dire da uno che si è commosso leggendo la mia storia’.

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‘Quanto al lazzaretto … ora c’è un grosso ospedale della Misericordia …

Signor Pierini, anch’io sono stato curato lì per qualche malanno … dobbiamo tutti ringraziarLa …’.

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Benedetto annuì soprappensiero.

‘Vivevo qui a Roseto, tanti anni fa.

La mia casa, confortevole, era al centro della città.

Vivevo solo.

Mia sorella aveva sposato un senese.

Mi dedicavo alla cura delle mie terre, un possedimento vasto, vario.

...

... D’inverno percorrevo a cavallo la maremma, dalla mattina presto, con la nebbia azzurra e il freddo che ti fermava le mani, col vento che soffiava dal nord, lungo i canali diritti e immobili, con i gabbiani che venivano dal mare, i piccioni e i falchetti ...


Mi fermavo ai casali e mi informavo dai fattori sull’andamento della terra.

D’inverno non tutto si fermava.

Gli animali forti e solidi degli allevamenti vivevano al coperto e la produzione dei latticini era intensa.

Poi, ad aprile la campagna si ridestava, gli alberi mettevano le foglie, l’aria si faceva più dolce, infine a maggio il caldo cominciava ad avere il sopravvento.

Durante l’estate i campi assumevano l’aspetto caratteristico della maremma, con il grano maturo, giallo, l’orizzonte blu, nitido, i nuvoloni lontani, i cavalli che pestavano e quasi macinavano il grano per separarlo dalla pula.

Nei lunghi pomeriggi invernali, mi dedicavo ad organizzare istituzioni benefiche a favore della cittadinanza.

Insomma, vivevo solo, ma non vivevo per me.

Poi un giorno mi ammalai, ancora forte e giovane, e nonostante le cure morii.

Ora di tanto in tanto ritorno nella mia città, che è diversa dai tempi in cui io l’ho abitata.

Cammino piano nel corso, arrivo a piazza del Sale, giro sulle mura, entro nel Duomo.

Mi piace passeggiare per la parte vecchia di Roseto, perché mi ricorda il mio tempo, quando c’era ancora l’estatatura e per le strade giravano i carri con i cavalli.

Ma adesso debbo andare … mia sorella e suo marito mi aspettano … arrivederci, professore … e non si abbatta se le biblioteche scolastiche sono dimenticate … coltivi la sua dimensione personale, e si ricordi che gli uomini, anche qui, dimenticano per far spazio nel loro cuore e alla fine spariscono anche loro, del tutto, senza lasciare grosse tracce.

Si ricordi di me, che ho fatto costruire un ospedale e un cimitero, ma non ho trovato posto per le cure e per la sepoltura …
E mi scusi per questo accenno così triste …’.

Il buon don Benedetto svanì accanto alla centralina antincendio.

Nella biblioteca gruppi di autori parlavano fra loro.

Mancavano D’Annunzio, Montale.

Non c’erano libri di questi autori.

I moderni, poi,mancavano del tutto.


Con leggerezza sedevano sulle umili sedie.

Pianissimo appoggiavano le braccia ai tavoli.

In un angolo, Foscolo e Leopardi parlavano fitto di bipolarismo letterario preromantico.

Sapevano di essere stati definiti preromantici, e ne sorridevano,

Una ingenuità dei critici.

Leopardi era quasi sorridente di fronte alla gaiezza irruente del cantore ellenico.

Ma il più interessante era senz’altro lui.

Durante degli Alegherii.

...

‘Sommo … cosa stai pensando così intensamente …?’

‘Messere … cogito dell’omini e de li peccata sua …’

‘Sai, ho lavorato per molti anni in una scuola che portava il tuo Nome …’

‘E ora, non lo porta più ? …’

‘Ora si appella con diverso nome …’

‘E come? …’‘Altrui scale’.

‘Capisco, per via della gente che se ne va via da esso …’

‘Cosa posso darLe, Maestro? …’

'Mi dia un libretto di poesie, pubblicato in una terra dolce e gradevole, a me cara … le Foglie del Nespolo, che mi pare Tu stesso abbia scritto …’

‘Subito …’

Così passa buona parte della sera.

Il professore sbriciola alcuni pacchetti di biscotti per i pettirossi, le capinere, le tortore.

Lo faceva anche la mattina sul muro che separa la sua scuola dalla
scuola elementare di fronte.

Le tortore e i piccioni lo aspettanovano, la mattina, camminando sul muretto.

‘Sono la mia classe …’

‘In fondo ho sempre degli Alunni, e i miei Alunni … volano …’

Pensava lui...

§

Rosetum, martedì 6 giugno 2007


Genn ... Gennaro di Jacovo

§

... citr mìa Pretavnniend ...

krish sand e guard'anniend...

shabbnditt Kambwash...

Cashtllucc loc'abbash

k'rr kor ... ess i mò pass

e mo song... komm' e' zzass

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Monte Argentario, Agosto 2004


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Rosetum, venerdì 22 dicembre 2006

@&b

Gennaro di Jacovo

Dreamroom

Argos&Ruphus Editori


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Lettere al Pontefice Karol Wojtila, Giovanni Paolo II, ed al suo successore Benedetto XVI sulla questione
di Antonino e sul suo memoriale.

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a d VII a I Julias MMV Christo Regnante

Januarius Lodovicus Jacovo

Vobis, qui estis
Benedictus
Sanctus Pater

Romae
§

Benedicte,

Si iste Samnis Christianusque Pontii Pilati lingua Vobis loquor, mihi, Sanctissume Pater, sicut ante aliquot menses, cum Vobis Johannes erat Sanctum nomen, iterum atque iterum parcite.

Saepe iam, temporibus actis, Personis Sancto Karol Wojtyla et Vestris scripsi, atque ter sanctam benedictionem Summi Pontificis Romanae Ecclesiae a Sanctussumo Karol libenter ac summa laetitia accepi.

Manum et operam Vestram magis verbo, quamvis dilectum, tamen in praesentiarum malo.

Hodie, multas per gentes et multa per aequora vectus, has, Pater, advenio ad multas preces.

Multo tempore exacto Antoninus, Pater meus, terribili morbo ictus, horribile dictu, perisse visus est, nocte, VII a I Julias MIXXXM, Romae, ad Gemellorum hospitia, paucis praesentibus Sanctis Sororibus Christi.

Duos quasi ante menses, domi, Argentario in monte, Sancti Stephani, die matutino, dum candidi Soles fulgebant, avesque hirundinesque in aere volitabant, d. X ante K. Junias, Matre pro domo laborante, Patri Antonino, omnes juvenes mulieresque in precibus Benedicenti, maximam lucem in coelo super aequora ponti videre visum, mirabile dictu.
Atque de ‘Salve Regina’ orationem ac precem ei dilectussumam clamabat Pater Ille suavissimus, me omnibus rebus cohortante.

§§§

Paucis diebus ante Mater Maria dulcissima ei visa suaviter ac breviter dicens: “malo apud Urbis tellurem, super Montem Argentarium sicut
aut potius quam Romae morari, quia viridem illum suavem silentium volo…
propterea templum mihi illic facite …’ .

§§§

Haec omnia Vobis, cui nunc et eis aiòna Sanctum, Suavissumum et Benedictum supra omnes erit nomen, saepe scripsi, Ecclesiaeque Principum Re, Sandri et Caccia, omniaque verba scripta manu sua misi anno MIMICV regnante Domino Jesu, Kalendis quasi Septembris, tamen fugit etiamnunc hora, fugit inesorabile tempus, sed verbo Vestro magis atque magis careo.

Vivere aliis adjuvando et simul multa aut pauca scribendo insuevit me Pater meus optimus. Insuevit pariter Mater dulcissima.

Augusto mense uno exacto anno omnia Patris Antonini mei et mea scripta Romam, Sancto Johanni Paulo Summo Pontifici et Vobis,

Sancto Patri Benedicto, misi et idem feci kalendis circiter Martiis, cidiensi orbiculo et electronica epistola.

Quam ob rem Assessor Gabriel Caccia mihi apostolicam benedictionem iterum misit VIII ante Sept.Idas.

Ad Pompeianam etiam ecclesiam eadem, paucis diebus exactis, scripseram.

E vobis oro mihi verba de paterno ad omnes juvenes mulieresque amore, ut scripsi.

Sanctissume Pater, Vobis maxumas gratias reddo, pro Uno et Omnibus.

Mihi meisque latina lingua scriptis verbis parcere opus atque onus Vestrum, Sancte Benedicte super omnes benedictos.
Tempus laetissimum durat.

Laetitia nobis et virtus, Vobis aeternitas atque vita.

a d VII a I Septembres MMV Christo Regnante

§§§

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Januarius Lodovicus Jacovo
Gennaro Luigi di Jacovo
Via Aia del Dottore 12
58019 Porto S. Stefano GR
Monte Argentario

tel. … 389 5128558


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Vobis, qui estis
Sanctissumus Benedictus
Sanctus Pater
Romae
g_diiacovo@virgilio.it


Benedicte, Sanctissume Pater,


Si Samnis Christianusque Pontii Pilati simul Ciceronis, Lucretii Vergiliique lingua Vobis loquor, mihi, Sanctissume Pater, sicut ante aliquot menses, cum Vobis Johannes erat Sanctum nomen, iterum atque iterum parcite, quia sunt lacrimae rerum et mentem mortalia tangunt, ac felix, rerum qui potuit cognoscere causas.

Saepe iam, temporibus actis, Personis Sancto Karol Wojtyla et Vestris scripsi, atque Sanctam mihi atque meis Summi Pontificis Romanae Ecclesiae Benedictionem a Sanctussumo Karol libenter ac summa laetitia accepi.

Manum et operam Vestram magis verbo, quamvis dilectum, tamen in praesentiarum malo et hodie, multas per gentes et multa per aequora vectus, has, Pater, advenio ad multas preces.

Multo tempore exacto, tamen hodie bene reminiscor, Antoninus, Pater meus, terribili morbo ictus, horribile dictu, perisse visus est, nocte, VII a I Julias MIXXXM, Romae, ad Gemellorum hospitia, paucis praesentibus Sanctis Sororibus Christi.


Duos quasi ante menses, domi, Argentario in monte, Sancti Stephani, die matutino, dum candidi Soles fulgebant, avesque hirundinesque in aere volitabant, d. X ante K. Junias, Matre pro domo laborante, Patri Antonino, omnes juvenes mulieresque in precibus Benedicenti, maximam lucem in coelo super aequora ponti videre visum, mirabile dictu.

Atque de ‘Salve Regina’ orationem ac precem ei dilectussumam clamabat Pater Ille suavissimus, me omnibus rebus cohortante.

§§§

Paucis diebus ante Mater Maria dulcissima ei visa suaviter ac breviter dicens:
« cupio apud Urbis tellurem, super Montem Argentarium sicut instar novae sideris
quasi Romae morari, quia animantum et arborum
viridem illum suavem silentium volo…
propterea, novum templum mihi illic in Argentario Monte quaeso facite …’ .

Egomet, Benedicte, triginta jam annis exactis, humile templum septem lapidibus super apud Caput Homonis olim feci, et quotidie super illum Montem quem Caput Hominis clamant ab illo tempore saepissume ivi, pedibus mechanichas ciclicas rotas calcantibus, sine intervallo.
Super Montem duobus annis exactis tres catulas, sicut Patris Antonini mihi munus, invenii: Silva. Yle et Loi, quas domum mulieris meae, Anna Maria Magdala, Rosetum libenter tuli.

Multas illis et aliis domum meam habentes catulis, Donato et Grigio, Pontificis preces e Benedicto quaero.

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Haec omnia dilectissumo Carolo Sancto et igitur Vobis, cui nunc et eis aiona Sanctum, Suavissumum et Benedictum supra omnes erit nomen, scripsi et iterum scribo, Ecclesiaeque Principibus Re, Sandri et Caccia, omniaque verba scripta manu Antonini misi anno MIMICV regnante Domino Jesu, Kalendis quasi Septembris.

Vivere aliis adjuvando et simul multa aut pauca scribendo insuevit me Pater meus optimus. Insuevit pariter Mater dulcissima.

Augusto mense uno exacto anno omnia Patris Antonini mei et mea scripta simul Romam, Sancto Johanni Paulo Summo Pontifici et Vobis, igitur, Sancto Patri Benedicto, misi et idem feci kalendis circiter Martiis, cidiensi orbiculo et electronica epistola.

Quam ob rem Assessor Gabriel Caccia mihi Eius apostolicam benedictionem iterum misit VIII ante Sept.Idas.

Ad Pompeianam etiam ecclesiam eadem, paucis diebus exactis, scripseram.
E Vobis iterum oro mihi verba de paterno ad omnes juvenes mulieresque amore, ut scripsi.
Sanctissume Pater, Vobis maxumas gratias reddo, pro Uno et Omnibus.

Mihi meisque latina lingua scriptis verbis parcere opus atque onus Vestrum, Sancte Benedicte super omnes benedictos.

Tempus laetissimum durat.

Laetitia nobis et virtus, Vobis aeternitas atque vita.

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